La canzone dell’inconscio

Scrivere la recensione del nuovo “affronto” di Terrence Malick alle regole del cinema, mi fa tornare in mente quello che mesi fa ricordai a proposito di INLAND EMPIRE su Spiaggia Solitaria: tanto più un grande autore alza l’asticella della sua poetica e sempre meno eletti saranno disposti a misurarsi con grandangoli ostinati, montaggi non lineari e voci over misticheggianti. Quindi l’unico modo per avvicinarsi a Song To Song è di provare ancora a seguire il flusso ininterrotto che l’autore (il quale non deve dimostrare più nulla da almeno La Sottile Linea Rossa) sceglie per dar vita alle dinamiche sentimentali dei tre protagonisti, persi nell’infelicità terrena che arriva inevitabilmente a corrompere le esperienze condivise. Lo sfondo, meno secondario di quanto sembri, è quello dell’ambiente Rock di Austin, dove è in corso un festival filmato già da diversi anni e nel quale spicca la presenza spirituale di Patti Smith (mentre nel backstage troviamo John Lydon, Iggy Pop e i Red Hot Chili Peppers). Come oramai accade con l’ultimo Malick, gli attori sono liberi di muoversi senza indicazioni precise e questa sorta di autenticità improvvisata coinvolge soprattutto Rooney Mara, cui basta davvero poco a bucare lo schermo anche avendo addosso parrucche o un ampio vestiario. I dialoghi, seppur discreti, non si perdono nel nulla e i pensieri narranti puntano più all’esistenziale che al trascendente. Dopo averci abituato a questo nuovo corso, solo il tempo dirà se Malick abbia scelto la strada giusta e laddove un To The Wonder era principalmente maniera e copia meno ispirata di The Tree Of Life, in Song To Song vibra una differente urgenza che fa della sessualità repressa e degli attimi fuggenti della vita (all’interno d’una cornice musicale) le sue ragioni ultime. Certamente le forzature si notano e rispondono a vezzi d’autore forse evitabili: il gigionismo accentuato di Michael Fassbender, l’aggancio non molto credibile con Natalie Portman, una parentesi lesbica pressoché inutile, l’inserimento a mo’ d’inquietudine di una pellicola muta. Ognuno può ricavarne ciò che crede e decidere quanto l’insieme sia bello o meno perché, mai come stavolta, si può essere pro o contro. C’è da sottolineare, però, che al netto di un’idea di cinema non adatta alle masse è fin troppo facile dire che Song To Song faccia schifo e proponga immagini senza senso. Piuttosto, la critica non immune da protagonismo dia qualche stoccata in più ai film davvero indifendibili.

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Pillola di zucchero

Volendo esaltare il culto degli Slowdive, essi furono un pò i Beatles degli anni Novanta. Ovviamente non per l’impatto culturale e popolare, ma nell’aver rinnovato un dono melodico che superasse il genere di riferimento (Shoegaze) con intensità fuori dal comune. Della trilogia di vecchi album, l’ultimo Pygmalion fu un esperimento audace e incompreso all’epoca dell’uscita e ora, 22 anni dopo, la band inglese torna a rinnovare un certo suono evitando derive nostalgiche. Se escludiamo un paio di brani a richiamare Just For A Day con efficacia, la sostanza di Slowdive non è materia scontata di questi tempi e al diavolo i concetti di retromania o revival. L’amalgama vocale tra Neil Halstead e Rachel Goswell, sempre forte, si rinnova dall’incipit luminoso e avvolgente di Slomo, dove è quasi naturale associarli ai Cocteau Twins secondo lo spirito degli ex shoegazers (insolito, poi, l’intermezzo quasi spoken a metà canzone). Star roving, primo estratto, aggiorna il dolce fragore emotivo del gruppo con maggior ritmo rispetto al passato; il secondo singolo Sugar for the pill è semplicemente un gioiello nel segno del Pop etereo, grazie a una maturità acquisita all’indomani della reunion. E cosa dire di No longer making time, vicina a Souvlaki e memorabile già dagli arpeggi a sostegno dei versi? Quando esplode il suo catartico ritornello è davvero musica per le orecchie, mentre l’acido magnetismo di Go get it è terreno fertile per i live del nuovo tour. “Boy, I’m the man / you’re the ghost in this town / could this be it / your final words, your own”: sono i primi versi del potente epilogo di Falling ashes, stacco deciso dal resto di Slowdive e per chi scrive uno dei loro brani più suggestivi di sempre, da veri brividi lungo la schiena; “thinkin’ about love” è la frase ripetuta quasi con ostinazione nel ritornello e i suoi 8 minuti sono attraversati da un minimalismo alla Nick Cave ultima maniera, tra note incessanti di piano e notturni paesaggi sonori. Un grande ritorno, di quelli imperdibili per i fan (soprattutto chi non li ha vissuti) ma di cui il 2017 ha dannatamente bisogno.

slowdive

10 dischi (5ª parte)

50. SLY & THE FAMILY STONE There’s A Riot Goin’ On

Non me ne vogliano James Brown e George Clinton, ma il Funk che ho imparato meglio è quello dei fiori sulla bandiera americana. Sonorità sporche e seducenti per una pagina di Black Music sempre attuale.

 

49. SIOUXSIE & THE BANSHEES Ju-Ju

Avendo già scosso il Post-Punk con un esordio esplosivo (The Scream), la mia potrebbe sembrare una scelta anomala. Ma è Ju-Ju la raccolta di canzoni più matura e accattivante di un’indiscussa regina musicale.

 

48. PINK FLOYD The Piper At The Gates Of Dawn

Chissà quanti giovani e adulti con i Pink Floyd in casa direbbero che questa è la loro opera massima. Fino a pochi anni fa avrei risposto The Dark Side Of The Moon, dato che pareva una bibbia insuperabile, quando invece fu Syd Barrett l’unico a creare visioni lisergiche senza compromessi. Ricordo un vecchio dizionario del Rock che alla band assegnava cinque stelle soltanto a The Piper, e tutto torna.

 

47. TELEVISION Marquee Moon

Si può entrare nella Storia anche con un unico disco ed è il caso dei Television (pur avendogli dato un seguito di tutto rispetto come Adventure). Titolo formativo per ogni buon appassionato, Marquee Moon non smette mai d’esercitare il suo fascino elettrico ed epicamente scomposto.

 

46. R.E.M. Automatic For The People

Se Michael Stipe e soci furono una grande macchina da singoli, con Automatic For The People mettono a segno il capolavoro della vita. Basta solo guardare i videoclip di Everybody hurts, Man on the moon e Nightswimming per innamorarsene all’istante.

 

45. RADIOHEAD Ok Computer

In realtà ero indeciso se preferire Kid A, che a livello di svolta e sonorità può dirsi superiore, ma è con Ok Computer che ho scoperto i Radiohead e dopo vent’anni è ancora favoloso perdersi tra Let down, Karma police, No surprises e The tourist.

 

44. MILES DAVIS In A Silent Way

Non conosco tanti classici del Jazz, ma quelli che frequento di più li adoro. Miles è di certo il nome di punta per spirito creativo e rivoluzionario; scegliere tra Kind Of Blue e Bitches Brew, entrambi diversamente fondamentali, è tutt’altro che semplice. In A Silent Way l’ho scoperto dopo e mi sembra l’ideale via di mezzo fra i due citati poc’anzi: psichedelia nuova e soffusa capace di farti viaggiare altrove.

 

43. CURE Pornography

L’album Dark per eccellenza di Robert Smith, sebbene fu Disintegration ad introdurmi nel mondo dei Cure. Quando parte il fervore apocalittico di One hundred years, si entra in un clima di decadente magnetismo da cui non si può fuggire.

 

42. SLINT Spiderland

Su un libretto di Rockstar dedicato ai migliori dischi per decennio, c’era questo gruppo mai sentito prima. “I Velvet Underground degli anni ’90” diceva, e in un certo senso fu così. Spiderland continua a bruciare i sentimenti a differenza del fenomeno Grunge, che all’epoca sembrava dettar legge. Un manifesto alternative già oltre il Post-Rock, di là da venire grazie agli Slint.

 

41. CAPTAIN BEEFHEART Trout Mask Replica

Sin dalla Discoteca di Babele del (mediocre) settimanale Musica, quest’opera m’incuriosiva per la buffa copertina. Anni dopo ci pensò un professore a trasferirmi i file su CD del Capitano, con mia gradita sorpresa. Potete immaginare l’effetto che ebbi sul caos dadaista e dislessico di un manuale d’avanguardia Rock…

Trent’anni di “Sign O’ The Times” (ricordando Prince)

Morto un Prince se ne fa un altro? mica tanto. L’artista di Minneapolis, dopo una carriera di sfrontata personalità e controverse lotte discografiche, è stato certamente unico nel percorso che lega la Black Music del passato con le evoluzioni Pop-Rock degli anni ’80. L’inaspettata scomparsa avvenuta nell’aprile 2016 ha favorito il recupero di album che, nonostante i segni del tempo (eccetto forse le anomalie d’autore di Parade), non esauriscono l’indomita forza creativa di Roger Nelson. Almeno 6 dischi superlativi fra il 1980 e l’87, di cui il doppio Sign O’ The Times costituisce l’ultimo capolavoro che proprio in questi giorni compie trent’anni. Nel suo calderone stilistico, vi convivono efficacemente il Blues sincopato della traccia omonima e la scatenata Play in the sunshine, la fenomenale Housequake tra Funky e Hip-Hop e il brillante Soul calligrafico di Slow love, l’audace The ballad of Dorothy Parker e il Pop arioso di Starfish and coffee. La seconda parte è, se possibile, ancora migliore con l’energica I could never take the place of your man, l’avvincente rock-ballad The cross (forse il brano più spirituale di Prince), la spedita jam dal vivo It’s gonna be a beautiful night e l’elegante chiusura tra Jazz e Soul di Adore. Qualche caduta nel kitsch solenne (It) non influisce sulla grandezza d’un lavoro ammaliante e completo, magari imperfetto ma che racchiude l’intera parabola di Prince. Per il resto della carriera, seguiranno buonissimi dischi (anche sottovalutati), uscite minori e cose trascurabili quando non indigeribili.

Altri 10 film

20. THE BLUES BROTHERS (John Landis)

Quando ero alle medie, c’è mancato poco che vedessi prima il sequel improponibile che l’unica e sola commedia su Jake ed Elwood Blues. Fortunatamente, la VHS del compagno di turno non la vedemmo più e ogni volta che becco in tv quest’eccezionale fabbrica di risate e musiche, non mi stanco nemmeno alla centesima visione.

 

19. BIANCA (Nanni Moretti)

Per qualche tempo ho creduto che Sogni d’Oro fosse il mio preferito di Nanni. Ma ancora non avevo visto Bianca La Messa è Finita, e non è un dettaglio da poco se sono i fiori all’occhiello d’una carriera esemplare. In quanto a battute e scene da antologia, Bianca non si batte.

 

18. IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA (Luis Buñuel)

Se i primi film surrealisti erano perlopiù esercizi d’inconscio, con quest’opera di allegorie e imprevisti paradossali Buñuel filma sogni in movimento che non esauriscono mai la loro forza dirompente.

 

17. IL CONFORMISTA (Bernardo Bertolucci)

Bertolucci diviene grande con un geniale ritratto dell’Italia fascista, dove l’iperrealismo scenografico e una regia sublime esaltano un Trintignant vittima della malattia ideologica di quegli anni. Complesso e affascinante, è il film politico meno inquadrabile e per questo perfetto.

 

16. I GIORNI DEL CIELO (Terrence Malick)

Quand’era un cineasta tutt’altro che iperattivo, di Malick si citavano sempre La Rabbia Giovane e La Sottile Linea Rossa quali opere-cardine. Ma la bellezza espressiva de I Giorni del Cielo resta per me ineguagliata: un dramma visionario con regia, fotografia, narrazione e musiche (di Morricone) da Storia del Cinema.

 

15. LA MORTE CORRE SUL FIUME (Charles Laughton)

Unico film del suo autore, è una fiaba gotica che il cattivo reverendo Robert Mitchum ha contribuito a rendere un culto speciale. Shelley Winters che fluttua tra le alghe e Lillian Gish mentre veglia col fucile sono immagini che non si dimenticano.

 

14. PARIS, TEXAS (Wim Wenders)

Harry Dean Stanton girovago nel deserto, una fotografia dall’impatto artistico, le evocative musiche di Ry Cooder, un viaggio con il figlio alla ricerca del passato perduto, Nastassja Kinski. Non serve altro a Wim Wenders.

 

13. AGUIRRE, FURORE DI DIO (Werner Herzog)

Ricordo d’averlo sognato prima di vederlo, ma come se dovessi aspettarmi l’epica di Kurosawa. Invece Aguirre è quanto di più estremo e avventuroso possa spingere l’arte verso territori inesplorati, di cui Herzog è maestro indiscusso. Film-limite dal realismo allucinatorio, grandiosamente condotto da un inquietante Klaus Kinski.

 

12. VIALE DEL TRAMONTO (Billy Wilder)

Se penso a Billy Wilder, mi vengono in mente le commedie più brillanti e graziose di sempre. Viale del Tramonto fa storia a sé, ed è ancora attualissimo nel sabotare dall’interno i meccanismi hollywoodiani (e ricordiamoci che è del 1950!). La voce narrante di William Holden e i deliri d’onnipotenza di Gloria Swanson non potranno mai passare di moda.

 

11. MANHATTAN (Woody Allen)

Se già Io e Annie è uno dei film della vita, con Manhattan il caro Woody si supera: nevrosi e relazioni sullo sfondo di una città-musa, in un raffinatissimo bianco e nero dove i dilemmi universali e gli addii imprevisti assumono armonie da cinema classico. Le cose per cui vale la pena vivere, prima d’un finale tra i più belli e poetici che io ricordi, mostrano tutta la sensibilità dell’autore Allen che, oltre al suo proverbiale umorismo, rivela da tempi non sospetti.

E per finire, le precedenti posizioni dalla 10 alla 1.

Long, long, long

Avevo scelto un brano semistrumentale di Siouxsie per l’indirizzo web e uno morbido-devastante dei Sonic Youth per il nome del blog. Oggi The Diamond Sea compie 10 anni e di certo non si ferma qui. Avere un diario personale dove poter concentrare passioni, visioni e preferenze quotidiane è davvero stimolante. Un paio di volte (anche recentemente) mi è capitato di dover essere, diciamo così, “ammonito” da persone toccate nei sentimenti per illazioni o una parola sbagliata; voglio quindi sottolineare che The Diamond Sea non è mai stato accomodante su precisi argomenti (società, politica, storie personali, calcio e sport) ma di sicuro mi piace riflettere con sarcasmo evitando il cattivo gusto, poiché so quanto la deriva dei blogger sia pericolosa e fuori controllo. Da parte mia, continuerò a scrivere come ho sempre fatto, privilegiando soprattutto le suddette passioni che vivo con entusiasmo, ogni anno di più. Ai fedelissimi che mi seguono, dedico questo brano assolutamente perfetto per l’occasione (non è la versione completa, ma solo il video ufficiale).

I miei dieci dischi italiani

10. CCCP Affinità-Divergenze fra il Compagno Togliatti e Noi

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Chissà perché, il culto di Ferretti e Compagni viene fuori sempre ai tempi della scuola. Punk generazionale, prima che politico, ha avuto il grande merito di far vivere una nuova età del Rock in Italia.

 

9. LUCIO DALLA Lucio Dalla

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L’ho sempre considerato uno dei più grandi, pur avendolo vissuto con risultati artistici non esaltanti. L’omonimo disco del ’79 è troppo speciale per non essere in top 10: ballate favolose come Stella di mare, Anna e Marco e L’anno che verrà stanno lì a dimostrarlo.

 

8. SCISMA Rosemary Plexiglas

Li ho riscoperti un anno prima d’una fugace ma indimenticabile reunion, che desideravo come poche altre. Delle grandi band nostrane, gli Scisma furono i più sfortunati e incompresi; poi ascolti Rosemary Plexiglas (e il successivo Armstrong) e pensi a quanti siano stati capaci d’una musica tanto coraggiosa e sorprendente, in Italia e non solo. Davvero pochissimi.

 

7. FRANCESCO DE GREGORI Bufalo Bill

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Avrei potuto scegliere il disco della pecora del ’74, ma Bufalo Bill è stato l’album che mi ha legato ancora di più al Principe del cantautorato. L’uccisione di Babbo Natale, Disastro aereo sul canale di Sicilia e Atlantide sono alcune perle d’autentica poesia.

 

6. CSI Linea Gotica

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Un altro epocale progetto per gli ex CCCP e altro vertice indiscusso del Rock italiano. Racconti di guerra da Sarajevo ad Alba, roghi balcanici e conquiste partigiane in una veste sonica di appassionato fulgore, da Cupe vampe al sublime finale di Irata.

 

5. FRANCO BATTIATO L’Era del Cinghiale Bianco

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Dovrei considerarlo ex-aequo con La Voce del Padrone, che ho consumato di più, però L’Era del Cinghiale Bianco ha un fascino particolare e la maestria compositiva di Franco è già protagonista. E poi c’è Il re del mondo, brano della vita per chi nella musica è in cerca di magia e mistero.

 

4. MASSIMO VOLUME Lungo i Bordi

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Incontrando Mimì Clementi a Frosinone, lo ringraziai per come mi abbia cambiato la vita con il suo gruppo. Non capita spesso di comprare un disco a colpo sicuro e venire travolto, fin dal primo ascolto, da parole forti in cui ti rispecchi nel modo più viscerale, considerando anche il potenziale espressivo delle musiche. Lungo i Bordi è l’album di Rock italiano con i testi migliori di sempre.

 

3. AFTERHOURS Hai Paura del Buio?

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Una pietra miliare che dovrebbe stare nelle case d’ogni cultore. Nel momento di maggior gloria della nostra scena Rock, Manuel Agnelli e soci realizzano un’opera dalle sfaccettature ambiziose, esaltanti, irresistibili. Gli scettici dessero ascolto a Rapace, Pelle, Voglio una pelle splendente, Veleno o Come vorrei, prima di sentenziare su Agnelli.

 

2. FABRIZIO DE ANDRE’ Creuza De Ma

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Se De Andrè è stato da sempre il poeta della canzone italiana, con Creuza De Ma dà il suo notevole contributo anche alla World Music moderna. Tra profumi mediterranei e un genovese dalle inflessioni orientali, è il perfetto disco per un viaggio che non si dimentica.

 

1. LUCIO BATTISTI Il Nostro Caro Angelo

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Dei sette/otto capolavori di Lucio, questo è per qualche strano motivo il meno celebrato. Anni fa ammiravo la copertina e già capivo che all’interno c’era un contenuto musicale irripetibile: La collina dei ciliegi, forse unico brano “tradizionale”, inaugura una scaletta dove il genio battistiano è al massimo della ricerca sonora. Davvero altri tempi quando dischi del genere, in Italia, erano primi in classifica per settimane; inoltre, continua a ricordarmi i momenti un pò teneri e un pò sbiaditi nelle migliori gite delle superiori.