Diario di Bluebird (parte 3)

26 giugno 2017. Nella notte venne trasmesso l’episodio 8 dell’ultima stagione di Twin Peaks (Gotta light?), durante la sera tornammo a girare dopo tutto quel tempo; non può essere un caso che la serie più leggendaria abbia rafforzato il nostro immaginario proprio al momento di rimettersi in carreggiata. Lo scorso anno avevamo già dei riferimenti precisi (come Woody e Nanni) ma quest’estate Bluebird ha ricevuto anche la benedizione di Lynch, ne sono convinto. C’era bisogno d’una componente onirica e credo che, dal prologo nella stazione, ci siamo riusciti con grande impegno ed entusiasmo (tanto da ritornare sul posto in altre due serate a perfezionare il tutto). Io, Gabriel e Pierluigi abbiamo avuto la fortuna di fare il nostro lavoro (quasi) senza nessuno nei dintorni e, sebbene le inquadrature fossero calcolate in ogni dettaglio, ci siamo accorti solo dopo che mancava qualcosa e questo sarebbe successo per diverse scene riviste al pc. Se avessimo girato alla stazione tra novembre e marzo, di sicuro indossavo un trench o un piumone ma ancora non sapevo di mettere un completo stile agente Cooper. La collaborazione con Pierluigi si è definita nel migliore dei modi, velocizzando di fatto la seconda metà di riprese con la disponibilità sperata. Dal canto nostro, io e Gabriel non avevamo tempo da perdere e nel giro d’una settimana tornammo nei luoghi già frequentati dal corto: una campagna isolata, la biblioteca, San Sossio e naturalmente la stazione. Eccetto per quest’ultima, abbiamo sempre fatto le riprese in due stando ben attenti a ciò che andava migliorato e al materiale necessario. Prima di quello definitivo, c’erano due incipit a dover aprire Bluebird: se il primo mi era apparso in sogno ma fu troppo complicato da realizzare per un esordio, il secondo proponeva suggestioni varie eppure non lo sentivo davvero giusto (oltre ad aver bisogno di comparse sveglie di primo mattino). Quindi la terza scelta del sogno iniziale è a mio avviso la migliore, dato che cercavamo un’atmosfera più sospesa ed enigmatica possibile. Aspettare l’arrivo del treno, quando parte della sequenza fu già sistemata, era un momento nuovo per noi che volevamo adottare quello scenario come teatro di posa “mentale”. Durante una di queste attese, un treno di passaggio ha sfrecciato così veloce che per una decina di secondi credevamo che la videocamera e tutto il materiale, raccolto a pochi metri dal binario, sarebbero volati via e addio. Per fortuna ogni cosa rimase al suo posto ed eravamo salvi, ma eccome se rischiammo! L’inesperienza e il tranello di un’unica take hanno reso un pò meno agevole il corso del set; tuttavia sentivamo che la strada fosse davvero buona e, più che mai, la nostra voglia di fare le cose per bene sarebbe stata certamente ripagata. Solo che rimaneva un grande ostacolo da superare: i ruoli femminili, soprattutto uno per garantirci la riuscita del nostro corto. L’elenco dei rifiuti è stato così numeroso, per molto tempo, che avevamo quasi perso le speranze. Finché non arrivò l’ultimo mese di ciak, a sorprendere noi in primo luogo.

Camera station

Annunci

Diario di Bluebird (parte 2)

18 settembre. Il giorno prima del mio compleanno, La Piccola Caffetteria mi (e ci) ha fatto un gran regalo esaudendo la nostra richiesta d’utilizzare il bar come set. Non c’avevamo ancora provato con un locale pubblico e le gemelle Trocchi sono state più che gentili, a condizione di girare la domenica dopo la chiusura estiva e dalle 15 in poi, per far sì che ci fossimo solo noi e gli attori. Anche un semplice forfait d’uno di quest’ultimi ci avrebbe costretti a rimandare ed è successo almeno due volte. Era un periodo dove il maltempo andava per la maggiore, e quella domenica non fece eccezione: già dal mattino pioveva ininterrottamente e io uscii perchè era necessario comprare un cornetto da loro prima che finisse (e rimase proprio quello che avremmo usato in scena…). Un problema da risolvere fu di trovare la persona che avrebbe recitato come disturbatore, e mentre in tv guardavo l’ultima parte di Senso incrociai le dita affinché ci fosse Giovanni che, fortunatamente, mi garantì la presenza. Fuori pioveva sempre e in quei momenti non sapevo ancora se essere agitato o al settimo cielo. Nientemeno Andrea, chiamato come comparsa, arrivò per sbaglio un’ora prima e mentre raggiungevo il bar Gabriel avrebbe tardato abbastanza. Lo aspettavo in modo impaziente con Andrea e le gemelle, e quando finalmente giunse lì fu una liberazione. Subito dopo, entrarono Valerio e Giovanni e non scorderò mai quanto fossero sorpresi nel vedere che si girava davvero. Cominciammo a sistemarci ascoltando i consigli degli altri, con Giovanni che nel frattempo discuteva per telefono e noi lo attendevamo in azione. Sarà anche questo ad averlo calato nell’antipatia del personaggio, che Valerio ci aiutò a definire grazie alla sua esperienza da barista e guardacaso fu proprio lui ad essere dietro al bancone. Una “buona la prima” di oltre 4 minuti mi ha tenuto col fiato sospeso, con Gabriel che girava impassibile e una decina di persone ad assistere silenziose. Poi venne il momento di me e Manuel che (senza aver mai provato insieme) siamo andati coi dialoghi a memoria e, anche rigirando diverse volte, lì a quel tavolo c’era un’atmosfera divertita. Anche troppo, visto che a un certo punto non riuscivo a smettere di ridere, per Manuel che mi sembrava Joe Strummer e quel tono assurdo della conversazione sui Pink Floyd. Nemmeno un’ora e mezza dopo aver iniziato, le riprese più importanti della prima metà di Bluebird erano concluse. Non potevo festeggiare il compleanno in modo migliore, seppur consapevoli che tanto lavoro ci aspettava ancora. Ed è qui che un secondo stop è sopraggiunto senza preavviso fino al 3 novembre: in quel pomeriggio perfettamente autunnale, trovammo un nuovo alleato in Riccardo che ci tenevo molto ad avere nei panni d’un attore scelto ma poco convinto. Dopo tante prove, stando seduti o sotto un lampione dei giardinetti che preferivamo, Riccardo si è anche offerto nel comporre musiche originali per Bluebird; un’idea che io e Gabriel abbiamo accolto volentieri e che dimostrava un interesse notevole da parte sua. Purtroppo, non avremmo più girato una scena per mesi e mesi: tra indisponibilità varie, la videocamera che rischiava di morire e gli impegni universitari/lavorativi di Gabriel, il digiuno sarebbe durato ben 235 giorni…

Diario di Bluebird (parte 1)

24 agosto 2016. Come direbbero gli Yo La Tengo, today is the day e quel giorno lo aspettavo dai primi mesi dello scorso anno. Nella notte c’era stato il terremoto ad Amatrice e dintorni, quindi è ancora più facile ricordare l’inizio delle riprese di un film che io e Gabriel abbiamo ridimensionato affinché divenisse realtà. Bluebird ha occupato il nostro tempo da quando ho fatto leggere la storia al mio amico regista ma, circondati dalle difficoltà e da uno strano disinteresse generale, le cose hanno finito per non andare come speravamo. Tuttavia, a metà luglio c’erano state delle prove con Pierluigi (il nostro miglior collaboratore, nonostante le sue assenze ci abbiano fatto sudare) prima di uno stop che non riuscivo quasi ad accettare. La penultima estate fu una delle mie peggiori, e ciò ha contribuito ad alimentare frustrazione e senso di sfiducia, soprattutto verso chi doveva mostrare più coinvolgimento. Poi, la revisione decisiva che aspettava anche Gabriel e il momento lungamente sognato verso fine agosto; ricordo che quel pomeriggio volevo andare al multisala Sisto per l’ottimo horror The Witch, ma Gabriel mi rassicurò a tal punto che decisi di posticipare il viaggio a Frosinone aspettando di raggiungere con lui il convento di San Sossio. E andò così bene che avremmo continuato ad andare avanti da soli per l’intera settimana, tornando lì a Falvaterra diverse volte. Pierluigi si è liberato al quarto giorno di riprese (nello stesso periodo in cui doveva badare all’insopportabile caccia al tesoro cepranese), data la fondamentale presenza nei panni dell’eccentrico Roberto. All’inizio il mio personaggio di Federico era “vero” a tutti gli effetti, da quando Bluebird lo abbiamo trasformato in un film nel film il tentativo di girarlo (compresi i momenti sul set) e la compiutezza delle scene previste sono andati di pari passo. Quindi non dovrebbe stupire se vedremo Pierluigi con il foglio delle battute in mano o Gabriel che mi dirige mentre ascoltiamo Paul McCartney in sottofondo. Io ci vedo una sorta di conflitto tra desiderio (nel vedere il film che volevamo) e realtà (pronta a ricordarci le nostre aspettative deluse) in un ambiente suggestivo come San Sossio. Quel posto mi è sempre piaciuto molto e la scelta si è rivelata davvero simbolica; un luogo prima designato a fuga dalla mediocrità paesana è qui un rifugio dove poter rendere vive le nostre idee e i sentimenti personali che vi stanno intorno. In una scena particolare, si crea una tale intesa fra me e il personaggio di Roberto che non potevamo recitarla meglio: la curiosità di quest’ultimo sul ripiegamento di Federico, lontano da tutto e tutti, preludeva in origine a una missione di rientro forzato a Ceprano che, politicamente, lanciasse determinati segnali. Eppure il significato alla base di Bluebird è divenuto ancor più forte, con un film sulla lavorazione del film che doveva essere e non è stato, mentre il paese rimane fermo al solito nulla dove conta soprattutto apparire. L’8 settembre è stata la seconda volta con Pierluigi, chiamato a riprenderci dal sedile posteriore della Renault gialla di Gabriel. A far da tramite è la casualità del momento (la camera è partita, senza che lo sapessimo, durante le nostre chiacchiere sul cinema), cogliendo una particolare atmosfera mentre il sole scendeva. Dopodiché, imprevisti climatici e di salute ci hanno bloccato per dieci giorni, ma con la mente eravamo già pronti ad affrontare la prova (in quel momento) più impegnativa.

10 dischi (7ª parte)

70. RAMONES Ramones

Velocità, immediatezza, melodie selvagge: il Punk è tutto racchiuso nell’esordio d’una banda iconica, che infila 14 brani così compatti e godibili da suonare come un unico greatest hits.

 

69. BECK Odelay

Se il geniale Mellow Gold ha rivelato l’artista più creativo della sua generazione, Odelay si spinge anche oltre nel ridefinire i generi assemblati da mr. Hansen. In lui ci vedo un erede peculiare sia di Bowie che di Nick Drake (come dimostra Sea Change, altro capolavoro) e già è abbastanza per farmelo amare.

 

68. TORTOISE Millions Now Living Will Never Die

Il Post-Rock ha avuto il merito di portare la musica dei Novanta nel futuro, e quest’album è un vero segnale di rinnovamento e originalità (quando già l’omonimo debutto della band era magnifico). Al punto da immaginarti alle prese con i loro suoni manipolati e imprevedibili.

 

67. PAVEMENT Slanted And Enchanted

Nell’ultimo anno di scuola, i Pavement furono una costante colonna sonora e se l’Indie americano cominciava a significare molto per me devo ringraziare anche Stephen Malkmus.

 

66. GUN CLUB Miami

Un disco che volevo ascoltare solo per la copertina, di quelle perfette da possedere in LP. Il rock’n’roll magnetico e sfrontato di Jeffrey Lee Pierce fa il paio con i Cramps, e ogni brano di Miami è un viaggio nell’America più profonda che ammalia sin dal primo impatto.

 

65. PETER GABRIEL “IV”

Da piccolo ricordo che un mio zio aveva questo disco in vinile, quando non sapevo chi fosse davvero l’ex Genesis. Il terzo lavoro era già grandioso e nel quarto la componente World di Peter è sviluppata con una ricerca sonora d’inquieta suggestione. Artisti di successo così inclassificabili non nasceranno mai più.

 

64. PIXIES Doolittle

Meglio Surfer Rosa o questo? La mia scoperta di Frank Black e Kim Deal passa da qui e se la miscela esplosiva del precedente formò un genere a sé, con Doolittle il piacere crea dipendenza in una serie di brani fenomenali.

 

63. VIOLENT FEMMES Violent Femmes

Durante un’estate che ricordo poco volentieri, l’energia spigolosa del trio americano servì eccome in giornate di falso amore. Folk-Punk disilluso per un’altra copertina da incorniciare.

 

62. BIG STAR Third/Sister Lovers

Solo dopo la morte di Alex Chilton ho conosciuto una band che meritava tanta gloria ma si dovette accontentare del culto per pochi. La trilogia di classici dei Settanta giunse alla vetta sublime con Third, dove bellezza e fragilità diventano una cosa sola tramite le magie di Thank you friends, Holocaust, Kangaroo e Nightime.

 

61. GALAXIE 500 Today

Se l’Indie-Rock è espressione di sentimenti e abbandono estatico, il debutto dei Galaxie 500 non può che avere un posto nel cuore. La struggente cavalcata di Tugboat è una chiusura da sogno, di quelle che vorrei nei titoli di coda d’un possibile film.

Hai da accendere?

Una delle cose che mi avrebbero più allarmato nel corso del 2017 era l’arrivo dell’estate. Impossibile per me esserne contento se tutto ciò che desideri, tra giugno e agosto, è che passino in fretta giornate così interminabili. Pur volendo, non mi potrò nemmeno vantare con le vacanze pugliesi, spagnole o greche come da regola social… Poi, ecco l’arrivo d’una alternativa perfetta all’agonia estiva: la nuova stagione di Twin Peaks, giunta all’ottavo episodio, è in definitiva il miracolo televisivo e artistico che solo David Lynch avrebbe reso incredibile e senza paragoni. I collegamenti oscuri, le felici riapparizioni del vecchio cast e il senso d’attesa per come proseguirà, sono gli elementi-cardine d’un ritorno che rigetta le facili aspettative e lancia la sua sfida oltre ogni immaginazione. Cosa può esserci dopo l’ep. 8 di questa settimana? Credevamo d’aver visto (quasi) tutto nell’universo lynchiano, ma una tale libertà e spiritualità astratta all’interno della sua sperimentazione audiovisiva è un dono che pochi geni del cinema possono vantare sul serio. E’ oltremodo un privilegio vivere in diretta l’evento Twin Peaks dopo 26 anni, e soprattutto è lo stimolo che ci voleva per ricordare meglio questi tre mesi, ancora in tempo riguardo novità e sorprese.

Twin Peaks Pt 8-2

10 dischi (6ª parte)

60. SUICIDE Suicide

Tra gli album che non farei mai ascoltare a nessuno, per quanto estremo e pericoloso, c’è quest’esordio difficile da collocare nel tempo e definire con un genere preciso. New York 1977 è già un indizio importante; mettiamoci poi Frankie Teardrop e da lì si può solo scrivere “mai sentito niente di simile prima d’ora”.

 

59. PUBLIC IMAGE LTD Metal Box

Se John Lydon avesse fatto la storia solo nei Sex Pistols, credo non l’avrei considerato geniale come nel percorso dei PIL. Metal Box dimostra che anche un punk-rocker come lui può mandarci fuori di testa con ritmiche e sonorità d’alienante catarsi.

 

58. WIRE “154”

Altro caposaldo della New Wave britannica, perfeziona i già straordinari impulsi creativi di Pink Flag con infiltrazioni gotiche e un illuminante Pop trasversale, assicurando a Colin Newman e compagni una gloria indimenticata.

 

57. XTC English Settlement

Quanti gruppi possono vantare una dozzina di dischi esemplari? Sulla classe compositiva di Andy Partridge e Colin Moulding vale la pena di scomodare i Beatles, e se scelgo questo doppio Lp è per la sua completezza d’intenti. Ma fate conto ci sia anche Skylarking a pari merito.

 

56. CRAMPS Songs The Lord Taught Us

Lux Interior e Poison Ivy sono state una delle coppie più fiche del rock’n’roll e un debutto così selvaggio e godurioso è come ascoltare Elvis in versione Punk. Uno degli innumerevoli dischi obbligatori dell’anno di grazia 1980.

 

55. DOORS The Doors

Se l’inizio e la fine di Apocalypse Now sono immortali, è merito anche della mitica The end. Oltre al carisma maledetto di Jim Morrison, i Doors erano una forza strumentale che catturava i sensi durante un ’67 irripetibile.

 

54. QUICKSILVER MESSENGER SERVICE Happy Trails

I primi 25 minuti d’omaggio a Bo Diddley reinventano il concetto di Rock e l’acidità che ne consegue fa il paio con Live/Dead, per un’altra esperienza di sacrale dilatazione dal vivo.

 

53. JIMI HENDRIX Electric Ladyland

Il dio della chitarra elettrica aveva già fatto abbastanza per essere nell’olimpo, e il suo terzo ed ultimo lavoro in studio lo eleva ad artista più dei precedenti. Hendrix sperimenta sul formato-canzone della propria indole Blues con risultati ancora dirompenti e avventurosi.

 

52. VAN MORRISON Astral Weeks

Folk d’autore nel solco di Tim Buckley e Nick Drake, Astral Weeks ha una bellezza di rara suggestione da farti spingere a contatto con la natura. Il canto poderoso di Van e i raffinati arrangiamenti donano ulteriore fascino al tutto.

 

51. JONI MITCHELL Hejira

Adoro i dischi da viaggio, in particolare Hejira che mi culla e rilassa ad ogni occasione. Di Joni mi veniva sempre spontaneo scegliere Blue, ma per numero d’ascolti ed emozioni interiori mi sento più vicino a questo meraviglioso diario musicale, evocativo e profondo come pochi.

E’ successo di nuovo (Twin Peaks – st. 3, ep. 1 e 2)

“Sono morta, eppure vivo”

Dieci anni lontano dal set, hanno permesso a David Lynch di veder crescere il proprio mito in maniera considerevole. Twin Peaks divenne presto uno dei suoi vertici, specie se ha rivoluzionato il piccolo schermo quando la serialità era ancora lontana dall’essere un’alternativa importante al cinema in sala. Quindi, il ritorno alla cittadina dove a luoghi caratteristici (come il Double R Diner e il Great Northern Hotel) si contrappongono misteri e orrori che solo il cadavere di Laura Palmer ha portato alla luce, era quasi un passaggio dovuto per il suo creatore che aveva sempre desiderato di tornarci dopo una seconda stagione interrotta bruscamente. L’episodio che la chiudeva, Oltre la vita e la morte, fu uno dei più oscuri e sconvolgenti della tv tutta; nel frattempo, Lynch ha proseguito una carriera alle prese con risultati molto alti e sembra aver tenuto conto della sua visione più tesa e ipnotica in merito a The Return – pt. 1 & 2. Kyle MacLachlan e Sheryl Lee sono, fin dalla scelta dei poster, i primi volti associati per cui non si può fare a meno di ricordare quel “ti rivedrò ancora fra 25 anni”, che ora ci fa davvero percepire la portata dell’attesa. Mentre l’inizio del nuovo Twin Peaks, in bianco e nero, è affidato al Gigante che intrattiene Cooper con enigmi al contrario e suoni dal grammofono. L’azione si sposta in un grattacielo di New York, dove un giovane sorveglia una grande scatola di vetro e aspetta di vedere cosa succede, insieme alla sua impaziente compagna di caffè. Poi l’ambientazione finisce in Sud Dakota, nell’appartamento dove viene scoperto il macabro corpo del delitto (con un senso del grottesco molto vicino a Mulholland Drive, e lo stesso ritrovamento sul letto non fa che rievocare il cult del 2001) che porta all’arresto d’un preside di liceo. Prima ancora veniamo a conoscenza del doppelgänger di Cooper, spietato gemello negativo dai capelli lunghi che punisce senza difficoltà. Ma il vero agente Cooper? Intrappolato nella Loggia Nera dopo essere scomparso, rivede l’uomo con un braccio solo e, soprattutto, una Laura Palmer adulta: è il momento forse più alto dell’intera puntata, per il modo in cui Lynch e Mark Frost decidono di ritornare su quest’immaginario, arricchito dall’“evoluzione del braccio” in forma di albero spogliato con cervello (?) parlante; altro colpo di genio dell’autore, non dimentico della sua formazione di artista visuale. Il passato si rigenera con le apparizioni dei fratelli Horne, la centrale di polizia condotta da Lucy, Andy e Hawk, il dottor Jacoby nella roulotte in mezzo ai boschi e poi Margaret, la signora del ceppo, che non ha paura di mostrare i segni della malattia e perciò si avverte una certa emozione verso la compianta Catherine Coulson. E proprio sul finire della seconda parte, riecco James e Shelly al Bang Bang Bar mentre nell’aria si diffondono le note di Shadow dei Chromatics. Una sospensione tenera e significativa su un luogo di ritrovo per chi, come James, è tornato con la sua anima malinconica e insieme cool, citando l’affermazione di Shelly. Un’ottima ripartenza per la serie tv che ci ha cambiato la vita, “un’idea astratta come un dipinto di Pollock” sottolinea David Lynch quando gli chiedono del perché di tanto successo ed è uno di quei misteri senza tempo. Non fosse per un uso a volte goffo della CGI digitale, spenderemo solo parole positive data l’abilità del cineasta nel tenerci sbarrati gli occhi fino all’ultima inquadratura. E siamo sicuri che il meglio dovrà ancora venire.

Twin-Peaks-2-620x346