The greater is the beauty

Essere fan di un gruppo che ha fatto la sua rivoluzione negli anni Novanta migliori è, col senno di poi, una specie di predestinazione. Gli Stereolab possiedono un fascino e un’originalità difficile da spiegare a chi non li conosce, di sicuro uno che li adora anche senza averli vissuti doveva accogliere l’invito di questo tour italiano di ben 4 date, quasi insperato per i tempi che corrono. L’appuntamento all’Orion di Ciampino, location anomala solo all’apparenza, è trascorso nell’attesa riservata alle grandi occasioni e l’artista-spalla Julien Gasc, con la sua romanticheria innocente, ha scaldato il palco tramite laptop e timidi balletti dilungandosi oltremodo. Un pubblico vario di adulti e giovani ha invocato l’entrata degli Stereolab che, risolto un veloce soundcheck, si materializzano dopo le 22 con la graziosa Laetitia Sadier. La vocalist francese è davvero una presenza unica, elegante e controllata nel trasmettere ai compagni di band quell’entusiasmo e curiosità ancora vitali a distanza di trent’anni. Si è avvertita troppo la mancanza degli Stereolab da queste parti, ripagata da una scaletta esplosiva (benché priva di molti classici) che non tarda a mandare gli spettatori in delirio. La brillante Supah jaianto apre le danze e trascina subito l’Orion poi incantato dalla suite Refractions in the plastic pulse, una magia sonora e melodica capace di superare la versione in Dots And Loops per quanto è avanti. La carica psych-pop di U.H.F. – MPF elettrizza dolcemente e quando arriva il Funky esotico di Miss Modular diviene obbligatorio ballare sull’esempio di Laetitia, divisa fra tastiera vintage e tamburello. La chitarra velvettiana di Tim Gane s’impone con una solidità che combina minimalismo ipnotico e rumore puro, cui la stessa Laetitia è pronta a dare man forte imbracciando la vecchia Fender; la tensione sofisticata della mitica Pack yr romantic mind anticipa l’apoteosi travolgente di Super-electric, qualcosa d’indescrivibile per l’ondata di suoni ed emozioni da trip liberatorio. Nei bis, un cavallo di battaglia come French disko e l’infuocato epilogo acido/elettronico di Simple headphone mind completano uno show stupefacente. Miss Sadier ringrazia in modo amabile e saluta presentando una band dalle sorprese illimitate, che si vorrebbe riascoltare tante volte e quell’“arrivederci” pronunciato da lei rende un po’ meno malinconico il rientro sul pianeta terra. Stereolab we love you.

Amazing grace

Durante una serata già particolare vengo a sapere della scomparsa di Mimi Parker, voce e batterista dei Low, vittima del male incurabile e penso subito ad Alan Sparhawk, partner artistico/sentimentale di un culto raro da Duluth. La dolcezza del canto di Mimi era il completamento armonioso d’una musica profondissima, liturgica, inquieta dove le sfumature elettriche di Alan si univano all’essenzialità percussiva di lei; quasi un marchio di fabbrica che ebbi la fortuna di godermi nel lontano 2013 a Roma. Tante canzoni e diversi dischi memorabili dei Low resteranno sempre un riferimento per me, sebbene gli ultimi due lavori avrei voluto amarli come ha fatto la maggior parte di critica ed estimatori. Dopodiché, mi basta ascoltare Things We Lost In The Fire per recuperare un minimo di speranza e fiducia (Trust, non a caso un altro album imperdibile diviso tra luce e oscurità). Riposa in pace Mimi, non dimenticherò mai le emozioni che mi hai dato insieme ad Alan.

Gioia rassegnata

Il ritorno dei Verdena dopo ben sette anni è di certo una boccata d’ossigeno per un’Italia distratta dal fenomeno Måneskin (a dir poco inspiegabile), mentre i tempi cambiano e il trio bergamasco divide ancora gli ascoltatori. Volevo Magia non comporta novità sostanziali all’eclettismo mostrato nei due capitoli di Endkadenz, bilanciando rabbia e melodia con quella coerenza avuta nel corso d’una carriera lontana da compromessi, sia discografici che mediatici. Alberto, Luca e Roberta continuano a creare all’interno del loro Henhouse Studio liberi da ogni obbligo, fermati momentaneamente dalla pandemia e dalla rottura d’un registratore a bobine, fino a mettere insieme 13 brani di natura distorta e viscerale, non di rado onirici per la scrittura quasi incosciente che li caratterizza. I testi non così forti (e al solito impenetrabili) vengono sovrastati in più occasioni dalle ritmiche accattivanti come dalla presenza decisa delle chitarre e la tracklist funziona già dall’attacco acustico di Chaise longue, singolo alticcio e divertito per una band che sa conciliare ballate personali accanto a sfuriate d’impatto. Echi di Battisti riaffiorano nella malinconica Certi magazine, apice del disco che pur ripetendo stilemi cari ai Verdena (Pascolare, Crystal ball, l’Hardcore del pezzo omonimo) non accusa cedimenti nel suo essere inattuale rispetto alle classifiche di vendita. Le scatenate Dialobik e Cielo super acceso sono degne del repertorio passato, alla pari dell’intrigante X sempre assente e d’una Sino a notte (D.I.) di rumorosa leggerezza. Anche l’ardore alla Bolan di Paul e Linda e il lento finale allucinato di Nei rami contribuiscono alla riuscita di Volevo Magia, un lavoro inferiore alle vette dei Verdena, forse interlocutorio, ma di estrema godibilità e segno d’un Rock autentico che resiste dinnanzi al misero piattume nazionale.

È stato molto bello

Se l’alba dentro l’imbrunire è sempre più difficile da trovare, devo ammettere che nell’ultimo mese ho accolto il breve invito a rinviare il suicidio. Franco continua a non abbandonarci, con buona pace dell’erede televisivo di Battisti che vorrebbe conquistare il circo comunale. Non occorre voglia di rivincita in una Ceprano morta ma popolata da piazzisti e straordinari fiumi di pubblico per illusi; la certezza migliore sono le serate che ti riconciliano col mondo (cosmico e non provinciale) dove la gente si sente parte di un’idea a lungo sognata, contro l’indifferenza di chi fa tristezza a sé mediante l’invidia repressa. Quest’anno folle e desiderato potrebbe già finire qui, se pure Godard decide di uccidersi perché esausto. Ma andiamo avanti e sfidiamo anche la deterrenza nucleare, ci aspettano nuovi orizzonti perduti e segnali di vita che scatenano il piacere.

Obstacle 3

Strana beffa dover limitare il raggio d’azione più vicino. A Wes Anderson non dispiacerebbe scoprire nuove autistiche e (dis)funzionali famiglie, certo è che perforare le distanze al riparo da profanazioni esterne (magari accentuate dall’era pandemica) risulterà complicato anche agli artisti come lui. Gli incroci sempre uguali non nascondono quella voglia immediata di chiedere il perché o almeno evitare i peggiori saluti. Confrontare esperienze (quasi) simili al di là degli angusti confini forse aiuta, ma la verità è che non ho capito proprio nulla di molte cose. Abitudini bizzarre e superiorità intellettuale alimentano comunque il narcisismo incapace di venire incontro al dialogo vero, all’umanità che non conosce derive ciniche, all’empatia naturale di chi non è interessato a vivere su Twitter o votare Pd per sentirsi finto progressista. Riuscire a non perdere la calma in questo mondo alla rovescia è già una vittoria personale, ché presto o tardi arriverà il conto da pagare per chi diffonde il male, volontario o meno che sia.

Vecchi amici

Erano tre anni che non vedevo un concerto da tramandare a futura memoria. Dopo averne vissute e sentite di ogni genere dalla maledetta pandemia, ci voleva una serata del duo che seguivo dai tempi della scuola. Checché ne dicano gli snob che li considerano troppo “carini” o superati, la magia dei Kings Of Convenience dal vivo dovrebbe far effetto a chiunque ami la musica degna di nome. Chitarre e voci all’unisono che aiutano a isolarti dal mondo, il richiamo d’una band che ti fa ballare come desideravi, la simpatia italianizzata del buon Erlend (che purtroppo a fine concerto non si fermerà perché “oggi è un giorno difficile”), una scaletta impagabile con la sorpresa di E la chiamano estate in rispettoso silenzio. Godersi i KOC al Belvedere di San Leucio è davvero un’esperienza, peccato che il tutto sia durato troppo poco ma ciò accade sempre nei momenti migliori. In uno show sia raccolto che energico, è stato un privilegio farsi trasportare da Cayman islands, Catholic country, Misread e dai restanti gioielli, fra cui una scatenata ultima parte con Rule my world e I’d rather dance with you protagoniste rinnovate. Infine io e l’amico Gabriel abbiamo beccato un gentilissimo e sorridente Eirik, la cui popolarità non cercata è figlia di un’altra epoca rispetto a quella tristemente attuale. Potevamo quindi tornarcene felici per il viaggio di ritorno, sicuri che la data di venerdì 29 resterà.

Stato dell’anima

La musica di Laura Nyro riesce a dare un senso ai periodi strani e infelici. Un’artista unica che nella prima parte di carriera ha regalato emozioni potenti, troppo rare da condividere e davvero ineguagliate (anche per la collega Joni Mitchell o Kate Bush, l’erede moderna che una serie tv sulla bocca di tutti ha banalmente riscoperto). Specie quando riascolto New York Tendaberry rimango sempre stupito da tanta grazia e audacia, al punto che è riduttivo chiamare canzoni certi miracoli senza tempo, indefinibili per come sfuggono alle regole della composizione e paiono improvvisate sul momento. Delicatezza e impetuosità, buio e luce, poesia e dolore divengono un tutt’uno nel talento incredibile della Nyro, che dall’esordio More Than a New Discovery fino a Gonna Take a Miracle del 1971 (con le LaBelle) ha scritto le pagine più belle del cantautorato al femminile. Spero di non dover leggere il suo nome sfruttato a fini pubblicitari, sarebbe troppo anche per lei che si è tenuta lontana dal successo con intelligenza ed è solo da ammirare.

Le mie 10 canzoni di Paul McCartney (esclusi Beatles e Wings)

  • JUNK (1970)

Folk malinconico di neanche due minuti ed è già meraviglia nel debutto solista.

  • MAYBE I’M AMAZED (1970)

Ballata vigorosa e appassionante scritta per la moglie Linda. A dir poco indimenticabile.

  • RAM ON (1971)

Brano dall’estro visionario con Paul all’ukulele, anticipa i Grizzly Bear di almeno tre decenni.

  • DEAR BOY (1971)

Pop sofisticato che basterebbe a convincere gli ex compagni storici che no, Ram non era affatto un disco terribile…

  • WATERFALLS (1980)

Capolavoro dell’autarchico McCartney II, ha una melodia e un testo che chiunque dovrebbe mandare a memoria.

  • THE WORLD TONIGHT (1997)

Singolo di mirabile spirito Rock, è rafforzato dagli interventi di Jeff Lynne e da un ritornello che ti entra subito in testa.

  • CALICO SKIES (1997)

Splendida lettera d’amore a Linda (purtroppo scomparsa l’anno dopo Flaming Pie), colpisce per un’essenzialità acustica che non può lasciare indifferenti.

  • HOW KIND OF YOU (2005)

Uno dei pezzi forti e chiaroscurali di Chaos and Creation in the Backyard, disco di riferimento del Paul contemporaneo.

  • RIDING TO VANITY FAIR (2005)

Per il sottoscritto è questo il gioiello assoluto di Macca, carico di cupa intensità e con liriche sublimi che rispecchiano un periodo difficile. “Ti dirò cosa farò / cercherò di distogliere la mia mente da te / e ora che non hai bisogno del mio aiuto / userò il tempo per pensare a me stesso”: serve altro?

  • DEEP DEEP FEELING (2020)

Gli otto minuti e mezzo più imprevedibili di McCartney III, esaltano il lato camaleontico e psichedelico di Paul con risultati portentosi.

L’ombra della luce

Cinque anni dopo l’innocuo Everything Now, gli Arcade Fire ritrovano la retta via con un nuovo concept; WE trae spunto da un precursore di Orwell, lo scrittore russo Evgenij Zamjatin, per rinvigorire la creatività d’una band adagiata sugli allori. I 40 minuti del disco suonano multiformi e compatti pur non raggiungendo le vette passate, con almeno tre grandi momenti e la produzione giusta di Nigel Godrich. Nessun ritorno alle origini come poteva apparire il singolo The lightning I, II, dall’epicità springsteeniana poi velocizzata, ma un ideale seguito di Reflektor che limita gli episodi minori (qui solo Rabbit hole è un tantino sovraccarica di orpelli dancefloor). “It’s the age of doubt / and I doubt we’ll figure it out / is it you or is it me?”: l’isolamento collettivo caratterizza la prima parte di WE e l’inizio futuribile di Age of anxiety I ha subito un giro di piano che non si dimentica, cui la svolta ritmica e l’intesa vocale tra Win Butler e Régine Chassagne lo rendono forse l’apice della scaletta. L’ambiziosa End of the empire I-III getta un ponte fra un lirismo di memoria lennoniana e il Bowie di Aladdin Sane, mentre la quarta parte della stessa (Sagittarius A*, riferimento al buco nero della Via Lattea) pennella zone oscure con una grandeur magnetica. Il folk-pop di Unconditional I (lookout kid) è la lettera d’amore al figlio di Win e Régine, una ballad semplice ma d’immediata condivisione emotiva. L’ospite Peter Gabriel è il valore aggiunto dell’esotica Unconditional II (race and religion), dove Régine si fa tenera portavoce nel vedere unite le persone di ogni provenienza. Il sesto lavoro degli Arcade Fire non sconvolge alcuna regola, puntando a soddisfare soprattutto i fan della band canadese, ma è ispirato quanto basta per smentire gli orfani di Funeral o chi li ritiene sopravvalutati. Al netto dell’abbandono non indifferente di Will Butler, ciò è senz’altro un’ottima notizia.