Suonala ancora, Bob

Un ritorno discografico di Bob Dylan non è mai casuale, anche nella recente riscoperta del canzoniere americano più tradizionale. Intanto nel 2016 è arrivato un certo Nobel alla Letteratura, consacrando il leggendario cantautore come poeta a tutti gli effetti lungo decenni di sostanza narrativa e potere sfuggente. Otto anni dall’ultimo lavoro d’inediti, Tempest, erano sufficienti per avere le giuste aspettative su Rough And Rowdy Ways, che declina la nostalgia crepuscolare in un’armonia di note e parole che viaggiano spedite nel mito. Non a caso il singolo del ritorno Murder most foul arriva nel pieno di una crisi mondiale per tenerci sintonizzati sul presente, in un’America che si vede scoperta nelle contraddizioni e nell’eredità culturale attraverso riferimenti mirati, senza tempo quanto la figura dylaniana; dall’infamia di Dallas all’arrivo dei Beatles, dai raduni di Woodstock e Altamont alla playlist radiofonica di Wolfman Jack, passando per nomi e film rimasti nell’immaginario, i 17 minuti di Murder most foul avvolgono l’ascoltatore in una sorta di Jazz da camera baciato dalla rima poetica, lieve e solenne insieme: “ho detto che l’anima di una nazione è stata strappata via / sta iniziando una lenta decadenza / e che sono trascorse 36 ore dal Giorno del Giudizio”, preludio a una lunga serie di citazioni musicali che il flusso di Dylan rende Storia vissuta e retaggio di un’epoca giunta al termine. Ed è un po’ la cifra del nuovo disco, così urgente e fuori dalle mode che solo un genio di rara coerenza poteva permetterselo, dopo quasi sessant’anni di carriera. Diviso in due parti con Murder most foul isolata alla maniera d’un 45 giri, Rough And Rowdy Ways ci consegna 70 minuti particolarmente ricchi di significato e suggestione, privi di quel mestiere forzato che connotava le opere del post-Time Out Of Mind. Il citazionismo abbonda fin dall’apertura di I contain multitudes che, partendo da Walt Whitman, fa incontrare Anna Frank, Indiana Jones e i Rolling Stones in una terra dell’abbondanza che non nasconde un’amara serenità di fondo: “ho un cuore rivelatore, come il signor Poe / ho scheletri nei muri di gente che tu conosci / brinderò alla verità e alle cose che abbiamo detto / brinderò all’uomo con cui condividi il letto / dipingo paesaggi e dipingo nudi / io contengo moltitudini”. Il recupero delle radici Blues è più vivo e brillante che mai (l’acido spessore di False prophet, una Goodbye Jimmy Reed che pare direttamente uscita da Blonde On Blonde), alternata a ballate splendidamente costruite come il gentile romanticismo di I’ve made up my mind to give myself to you (uno dei suoi brani più belli dagli anni Ottanta) o lo sguardo di frontiera sulle orme dei Calexico in Black rider e Key West (philosopher pirate), eseguite con tocco essenziale e unico. Insomma, è il grande ritorno tanto atteso da questo Dylan? Certamente, anche di più considerando la statura di classico con cui il menestrello si misura da una vita. E viste le premesse, l’eco di Rough And Rowdy Ways non finirà di esercitare il suo fascino negli anni a venire.

Estate duemilaventi

Alla luce dei quasi due mesi di quarantena forzata e infinita, dove il risultato più evidente è un tutti contro tutti dalle derive inimmaginabili, avrei desiderato ibernarmi come il Dormiglione del caro Woody (sempre sia lodato). Vivere una fase mondiale con mille incognite, mentre leader politici pazzi o disorientati decidono come dovremmo comportarci, è una vera sfida che avrei fatto volentieri a meno di raccontare ai figli che non avrò. Essere privati di prospettive è quanto di peggio possa accadere a un sognatore come me, che vorrebbe credere in un futuro nel cinema ma non disdegna lavori lontani dalle sue capacità (tranne ripetere esperienze in magazzini che puzzano di sfruttamento e flatulenze). Quindi vale la pena essere fiduciosi nel post-duemilaventi? All’indomani di una laurea specialistica ottenuta tra sacrifici e ostacoli mentali a tratti impossibili, sarei tentato di crederci anche in previsione delle idee da mettere in scena e non solo per questioni di passione salvifica. A meno che qualche stronzo di quartiere non decida di farmi pagare uno scotto che non comprendo (magari perché abito in famiglia da quando sono nato), le condizioni ci sono eccome. E al diavolo la fama paesana, gli amici di comodo e il teatrino italiano arrivato al suo ultimo stadio.

Crisi d’interni

La grande presenza di un attore come Michel Piccoli, discreta e ambigua nel muoversi tra ambienti chiusi/aperti, trovò nel 1980 una delle sue maggiori performance grazie a Marco Bellocchio. Salto Nel Vuoto è l’inconscio in frantumi del giudice Mauro Ponticelli, nevrotico tutore della sorella Marta (l’altrettanto incisiva Anouk Aimée) che s’interessa al caso di Giovanni Sciabola, teatrante ribelle e senza pudore (Michele Placido). In bilico fra tensione rarefatta e iconoclastia interiore, la regia di Bellocchio assiste al conflitto di due anime che condividono gesti, ossessioni e scatti di pazzia derivati dai ricordi onirici di quella stessa casa, quando da bambini giocavano all’ombra d’un fratello malato e bisognoso di cure. La domestica Anna e il figlio che invade la cupa atmosfera casalinga (rispettivamente moglie e primogenito di Bellocchio) sono figure di serenità quasi irraggiungibile per Ponticelli e sorella, entrambi diversamente attratti da Sciabola. Egli ha istigato al suicidio la vittima d’inizio film e Marta troverà la forza di uscire dal dramma claustrofobico, con il fratello ad assistere impotente nella notte in cui l’abitazione viene messa a soqquadro. La gelosia repressa di Ponticelli è lo specchio della fragilità di Marta, tuttavia lei riesce a beffarlo tramite l’intervento distruttivo di Placido, protagonista insieme a Piccoli di confronti serrati e tenuti su un equilibrio morboso. L’attore francese è incredibile nei mezzi toni e nelle reazioni scomposte, vincitore della Palma d’Oro a Cannes ex aequo con Anouk Aimée. Infine, una stupenda panoramica in piano sequenza dove è il giudice ad esser spiato nella nuova solitudine della casa e cerca di fuggire dalla soggettiva invisibile di Bellocchio (che vincerà il David di Donatello), abilissimo nell’aggiornare i temi de I Pugni In Tasca inaugurando la psicanalisi liberatoria dei futuri lavori. Contrassegnato dalla sceneggiatura scritta con Vincenzo Cerami e Piero Natoli, dalle musiche di Nicola Piovani e dalla fotografia di Beppe Lanci, Salto Nel Vuoto è essenziale per capire l’evoluzione dell’autore piacentino e del cinema italiano.

“Io non le ho chiesto assolutamente niente. È lei che si è offerto. Poi come sarei capace di fare una proposta simile… Vede io… mi limito a immaginare”

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Casa di registrazione

Mi verrebbe da scrivere che non andrà tutto bene, se penso alla gente smascherata nell’attuale periodo dove l’idiozia inutile (quando non pericolosa) rischia di essere peggiore del virus. Saranno mesi difficili come mai prima, inutile negarlo, ma la compagnia d’ascolto della musica a volte è sufficiente per dimenticare. Una novità discussa come l’ultimo di Fiona Apple, quasi condannata dall’effetto-voto del solito Pitchfork, era quello che ci voleva in termini d’imprevedibilità, sostanza comunicativa ed invenzione ritmico/sonora. Non è un capolavoro secondo alcuni? E mica deve esserlo per forza! Le webzine e riviste di settore hanno premiato tanti di quei nomi sopravvalutati o prescindibili che non rendono credibile un 10 neanche se unanime. Godiamoci e basta la coraggiosa Fiona di Fetch The Bolt Cutters, disco che rivendica un genere tutto suo nel cantautorato diversamente Pop, di cui lei è artista di punta con appena 5 album in 24 anni. Ciò dimostra come sia necessario tornare solo quando si vuole, e non ci sono aspettative social che tengano per le vere outsider.

Mentre la luna è meravigliosa

Avevo pronto un altro post, dedicato a un’importante novità costretta al rinvio. Un marzo nero come non s’era mai visto da noi ci sta davvero privando di certezze acquisite e future, ma ora conta solo impegnarsi ad aspettare lucidamente gli strani giorni. E intanto ripenso a quando incontrai Paolo Benvegnù dopo il concerto con Marina Rei (avvenuto nel mio paese, cosa più unica che rara), abbracciandomi già solo per aver indosso la maglietta di Bowie. Non è un dettaglio da poco se gli artisti come lui sanno trasmettere una passione energica, letteraria, salvifica e quel live estivo di “canzoni contro la disattenzione” lo ricordo con affetto speciale. Ora che è uscito Dell’Odio Dell’Innocenza di Benvegnù è difficile non ravvisare segnali d’un qualcosa che ci stava per travolgere. Bastano versi come “più conosco gli umani, più capisco le pietre” oppure “ma certo a voi non interessa niente, sfamate il mostro e azzannate l’innocente / libertà e distruzione, ecco il sol dell’avvenire di una nuova ripugnante rivoluzione”. Curioso che i testi dell’album li abbia trovati in una busta anonima, eppure il mood del Benvegnù-pensiero resta proteso verso un ideale infinito lontano dalla modernità. In attesa di tempi migliori, un disco di magnetica suggestione qual è Dell’Odio Dell’Innocenza diviene quantomeno una compagnia d’ascolto non indifferente. L’ultimo pensiero lo rivolgo a Massimo Ruggeri, conduttore che seguivo con simpatia e ci ha lasciato proprio nel momento peggiore. Un grande signore in giallorosso.

Argento vero

L’americana Mackenzie Scott, in arte Torres, ho avuto modo di scoprirla mentre usciva l’ultimo Silver Tongue, disco di riscatto emotivo e artistico dopo che la 4AD (non una major) volle scaricarla perché poco commerciale. A differenza dell’Indie aleatorio tutta produzione e niente anima, la bionda cantante ora alla Merge confeziona 9 brani d’impatto forte, avvolgente, abili ad allontanarsi da prevedibili formule Electro-Rock. E difatti non la vedrete mai sponsorizzata come Billie Eilish e i Tame Impala (per cui devo ancora capire l’eccessivo favore), quindi fidatevi sulla qualità di Good scareLast forest Two of everything. Una tracklist concisa che suona davvero attuale, più volte vicina a PJ Harvey (nel singolo Dressing America, nell’infuocata Good grief, nel Folk ancestrale di Gracious day). Mostrando una vulnerabilità da aliena, Torres ha doti che non appartengono al successo facile e molti dovrebbero seguirla, anziché rincorrere mode fatue.

2010/19: 10 film

10. MIA MADRE (Nanni Moretti)

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Stranamente poco amato, è un film che emoziona per la libertà con cui affronta il tema della perdita, sospesa tra sogno e realtà del set. Un Nanni mai così maturo e profondo.

 

9. PATERSON (Jim Jarmusch)

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Una settimana nelle giornate di un autista che è soprattutto amante della poesia. La semplicità evocativa di Jarmusch è un dono che pochi cineasti hanno, in un’epoca dove l’arte dei sentimenti è sempre più rara. Adam Driver perfetto, come le figure narrative che incontra lungo il cammino.

 

8. ROMA (Alfonso Cuarón)

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Anche un regista da Oscar può raccontare una storia personale in un bianco e nero meraviglioso, dedicato alla sua protagonista materna. Abbonarsi a Netflix è una moda che non aiuta le sale, ma il cinema di qualità è ancora preservato.

 

7. BOYHOOD (Richard Linklater)

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Basterebbe l’impresa nel tempo di questo film per avere un posto speciale. La crescita formativa di Mason attraversa le stagioni di un’America al solito controversa. Ethan Hawke è un padre adorabile e l’attimo colto da Linklater una lezione di vita che resterà.

 

6. MOONRISE KINGDOM (Wes Anderson)

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Il mondo magico e colorato del regista texano non smette mai di deliziarci. La fuga d’amore di Sam e Suzy rinnova la galleria di personaggi cara a Wes, con una mirabolante regia che sposta in avanti le frontiere dell’immaginazione.

 

5. MIRACOLO A LE HAVRE (Aki Kaurismäki)

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Lo sguardo inventivo dell’autore finlandese incrocia un’umanità che, nell’esemplare Marcel Marx, può solo far bene all’anima. Una fiaba realistica dal valore unico.

 

4. THE TREE OF LIFE (Terrence Malick)

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Un’odissea dello spirito terreno che Malick rende trascendentale, grazie al flusso di visioni generose che i presunti cinefili di oggi, anziché discutere sui social, dovrebbero solo ammirare.

 

3. IL FILO NASCOSTO (Paul Thomas Anderson)

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Il sublime gusto di PT Anderson e la straordinaria intesa recitativa segnano una vertiginosa parabola sull’amore, inteso come seducente malattia. L’ambiguità psicologica di The Master trova qui la sua perfezione.

 

2. CAROL (Todd Haynes)

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La passione tra Rooney Mara e Cate Blanchett è di quelle che toccano il cuore, in una pellicola dove raffinatezza e romanticismo esaltano un autore al suo meglio. Lo vidi al cinema l’8 gennaio 2016 e, nonostante sia già dimenticato dai più, Carol è davvero un’esperienza degna dei classici anni Cinquanta.

 

1. IL CAVALLO DI TORINO (Béla Tarr, Ágnes Hranitzky)

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La fine dei giorni e dei rituali silenziosi, al centro di un’apocalisse che non lascia scampo a padre e figlia. Il cinema rigoroso ed estremo di Tarr sconvolge ogni certezza, anche se la deriva del mondo va proprio in questa direzione.
Testamentario.

 

Menzione speciale:
TWIN PEAKS – IL RITORNO (David Lynch)

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L’incredibile terza stagione è un viaggio infinito; 18 episodi dove cinema e serialità convergono nelle dimensioni rivoluzionate dal genio lynchiano.
“We live inside a dream”.

2010/19: 10 dischi

10. YO LA TENGO There’s A Riot Going On

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Snobbato dagli stessi fan del trio, l’ultimo album è un esperimento inatteso tra Psichedelia, Post-Rock e Ambient che può solo dare lezioni radicali all’Indie (o presunto tale) di oggi.

 

9. CATE LE BON Reward

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Art-Pop intimista che affascina da subito per la raffinata e singolare ispirazione, è anche la mia scoperta femminile dell’anno con un singolo di rara grazia (Daylight matters).

 

8. THE WAR ON DRUGS Lost In The Dream

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Un Rock non troppo classico avvolto dalla sensibilità d’autore di Adam Granduciel, che ci lascia brani potenti e suggestivi come Under the pressure, Red eyes e In reverse.

 

7. GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

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Il collettivo canadese torna in questo decennio per accentuare la componente dura del suo sound, comunicando sentimenti dove rabbia e armonia, rumore e catarsi sono un unico, travolgente flusso strumentale.

 

6. BEACH HOUSE Teen Dream

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Un duo di sostanza Dream-Pop che non ha mai tradito le aspettative, al terzo disco trova la perfetta quadratura d’uno stile esaltato da Silver soul, Norway, Lover of mine e dalla struggente Real love.

 

5. KURT VILE Wakin On A Pretty Daze

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Il rocker di Philadelphia, pur avendo inciso almeno tre volte negli anni Dieci, fatica a ricevere una considerazione superiore a Kanye West. Alla critica marchettara non basta nemmeno Wakin On A Pretty Daze per distinguere la vera musica brillante dalla maggioranza.

 

4. ANGEL OLSEN Burn Your Fire For No Witness

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Un amore al primo ascolto che non si dimentica, tra ruvidezze rock’n’roll e seducenti malinconie di questa diva dalla voce incantevole. Da brividi la ballata finale Windows.

 

3. DAVID BOWIE Blackstar

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Testamento artistico ineguagliabile, sempre avanti ai contemporanei con sonorità fuori dagli schemi e che ha in Lazarus il vertice d’intensità. Non ci sarà mai più un uomo caduto sulla terra di tale genio.

 

2. JULIA HOLTER Have You In My Wilderness

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Una scrittura ambiziosa ed emozionale che tende a un’elegante forma di avanguardia Pop, memorabile e poetica pur non essendo immediata. Feel you, Lucette stranded on the island, Night song e la meravigliosa traccia omonima colpiscono direttamente al cuore.

 

1. BILL CALLAHAN Apocalypse

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Non molto tempo fa, lo ritenevo un sicuro disco da isola deserta. Il songwriting profondo e crepuscolare del caro Bill non ha rivali; basta ripassare Riding for the feeling e One fine morning per comprendere tanta bellezza.

Il meglio del 2019: i film

1. PARASITE (Bong Joon-ho)
2. DOLOR Y GLORIA (Pedro Almodóvar)
3. THE IRISHMAN (Martin Scorsese)
4. STORIA DI UN MATRIMONIO (Noah Baumbach)
5. IL TRADITORE (Marco Bellocchio)
6. IL CORRIERE (Clint Eastwood)
7. LA FAVORITA (Yorgos Lanthimos)
8. L’UFFICIALE E LA SPIA (Roman Polanski)
9. GREEN BOOK (Peter Farrelly)
10. C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD (Quentin Tarantino)

Il meglio del 2019: i dischi

1. CATE LE BON Reward
2. MASSIMO VOLUME Il Nuotatore
3. JESSICA PRATT Quiet Signs
4. MAURICE LOUCA Elephantine
5. NICK CAVE AND THE BAD SEEDS Ghosteen
6. BILL CALLAHAN Shepherd in a Sheepskin Vest
7. ALDOUS HARDING Designer
8. PURPLE MOUNTAINS Purple Mountains
9. WILCO Ode To Joy
10. IGGY POP Free
11. SWANS Leaving Meaning
12. FENNESZ Agora
13. DEERHUNTER Why Hasn’t Everything Already Disappeared?
14. ANGEL OLSEN All Mirrors
15. BRUCE SPRINGSTEEN Western Stars
16. NICCOLÒ FABI Tradizione e Tradimento
17. BE FOREST Knocturne
18. NADA È Un Momento Difficile, Tesoro
19. STEVE GUNN The Unseen In Between
20. TOOL Fear Inoculum

La canzone: SWANS Leaving meaning
L’Ep di spicco: ONE MORE HEY Lack Of Ceiling
I più sopravvalutati: VAMPIRE WEEKEND, BIG THIEF
Le delusioni: FLAMING LIPS, SLEATER-KINNEY
Il concerto: MASSIMO VOLUME (Roma, 1° marzo)