Cara estate

Da diverso tempo non scrivo più di quello che mi succede attorno, eppure di novità positive ce ne sono state (e una dopo l’altra, cosa davvero rara). Luglio si è rivelato un bivio decisivo per l’anno in corso, che spero non si fermi qui con le sorprese. Una rassegna di cinema, organizzata in paese con l’aiuto del mio collega di riferimento, è stata un successo già averla portata a termine e ora come ora non m’importa se la seconda volta abbiamo dovuto rinviare o se il pubblico era esiguo rispetto alle premesse. Un mese fa mi preparavo ad uno spettacolo di reading teatrale che, dopo aver accettato in maniera a dir poco casuale, capivo che avrebbe portato solo soddifazioni. Ho conosciuto persone adulte con cui è stato (e sarà) bello condividere momenti del genere; mentre una di loro ha trovato un posto nel mio cuore e sento di avere molta fortuna per l’occasione che ho avuto. Poi questa notte una signora che conoscevo da una vita intera e importante nelle vicende familiari se n’è andata, così all’improvviso avverto quella voglia di essere sull’isola di Salina che Nanni percorreva in Caro Diario. Un’immagine di tale poesia ed evasione interiore che la parola solitudine, una volta tanto, può anche funzionare. Almeno per i pochi giorni che servono prima di ripartire.

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Settimo cielo

Anche nella musica attuale di mio interesse, non tutto è oro quel che luccica; fra il cazzeggio pericoloso degli Arcade Fire, l’involuzione strana di Courtney Barnett e una St. Vincent che aspira ad essere la Madonna Indie, starò più attento a mitizzare il primo nome che faccia un disco di grido (giustamente) osannato. Perciò teniamoci strettissimi i Beach House, il duo delle meraviglie reali e non ad appannaggio di Pitchfork, ché un 7 arrivato dopo oltre un decennio di carriera è solo da esaltare. Ora, a differenza del passato, Victoria e Alex aggiungono alla tavolozza una varietà d’atmosfere e un ardore sonoro mai così consapevoli: dallo Shoegaze 2.0 di Dark spring al vibrante caleidoscopio di Lemon glow, dall’oscurità al neon di Black car alla struggente Girl of the year, la scaletta di 7 non poteva che avere il suo apice nella dedica a Nico di Last ride, manifesto malinconico e insieme trascinante. I Beach House, all’apparenza minimali e immutabili, meritano tutti gli elogi non sbagliando mai un colpo. Ce li ricorderemo a lungo.

10 Canzoni (parte seconda)

A quasi due anni dai miei primi 10, seguono questi brani che non devono essere necessariamente i più belli per tanti. Quindi se mancano Led Zeppelin, Rolling Stones e altri colossi non vi stupite.

 

20. ANGEL OLSEN Windows

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19. LOU REED Coney Island Baby

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18. BECK Round The Bend

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17. SCOTT WALKER Hero Of The War

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16. BOB DYLAN Ballad Of A Thin Man

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15. JEFFERSON AIRPLANE Comin’ Back To Me

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14. YO LA TENGO I Heard You Looking

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13. LAURA NYRO You Don’t Love Me When I Cry

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12. GALAXIE 500 Tugboat

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11. LEONARD COHEN Famous Blue Raincoat

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My Angel

Aspettare lunghe ore d’attesa dopo che l’autunno ritorna su Roma, mi ha portato verso la musa del Rock indipendente. Nello spazio sempre adattabile del Parco della Musica (dove una stracolma sala Petrassi ha dato ragione al cambio di location, inizialmente alla chiesa Valdese), Angel Olsen regala emozioni e tanta voglia di raccontarsi con la sua Gibson nera e quella voce, incanto continuo che ti porta a uno stato di sogno che vorresti non finisse mai. Anticipata dallo scarno e un po’ monotono Suno Deko, la grande protagonista arriva guardando l’orizzonte davanti a sé e attacca Sans con uno slancio vitale che ti conquista già. Potente sensualità e sorrisi spontanei vengono alternati a brividi veri nelle esecuzioni di Iota, Some things cosmic (dall’Ep d’esordio Strange Cacti, di cui proporrà anche la bella Creator, destroyer), Lonely universe. La forza comunicativa di Unfucktheworld emerge in maniera ancor più inquieta, mentre sul capolavoro Windows la commozione giunge a livelli assoluti e indescrivibili. Ed è speciale come intrattiene ironicamente il pubblico riguardo la sua gatta Violet, la posa da un quadro di Picasso o il sentirsi una comica di fronte alla platea composta, arrivando a esibire un inedito scritto da poche ore e dedicare addirittura un pezzo a una spettatrice (straniera). Alla fine, un solo bis concesso: nell’intensissima, ipnotica White fire c’è davvero il senso d’un rito che potrebbe andare avanti tutta la notte; ma appena le luci si riaccendono dopo un’ora e un quarto si viene risvegliati quasi bruscamente. Non credo di esagerare se l’apparizione di Angel assomigli più ad un’icona miracolosa che a una semplice artista. E immagino lei scoppiare in una risata leggendo queste parole.

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40 momenti di Twin Peaks 3

  • Gli indizi del Fireman a Cooper
  • Laura Palmer nella Loggia Nera
  • Shadow dei Chromatics alla Roadhouse
  • Cooper nella dimensione rosa
  • Cooper in versione Mr. Jackpot
  • Gordon e Albert dopo la visita a Bad Coop
  • Becky in estasi durante I love how you love me
  • la trasmissione web del Dr. Jacoby
  • la violenza incontrollata di Richard Horne
  • i segni sui fascicoli di Dougie/Coop
  • l’apparizione di Diane
  • la morte del bambino investito
  • il nano assassino fermato da Dougie
  • tutto l’episodio 8
  • il racconto della madre di Bobby e l’oggetto del Maggiore Briggs
  • l’attesa snervante dei fratelli Mitchum per Candie
  • Laura “vista” da Gordon in hotel
  • la Zona dove Gordon è quasi risucchiato
  • Bobby e famiglia al Double R (prima degli spari e dei clacson)
  • la torta di ciliegie ai Mitchum
  • tutte le scene con Sarah Palmer
  • i doni dei Mitchum a Bushnell e Dougie
  • Bad Coop contro il capo di Ray
  • Big Ed da solo alla stazione di servizio
  • il sogno di Gordon sulla Bellucci
  • Andy nella sala del Fireman
  • la storia di Freddie a James
  • il lieto fine tra Big Ed e Norma
  • Bad Coop al Convenience Store
  • l’addio di Margaret a Hawk
  • la sparatoria nel quartiere di Dougie
  • il risveglio di Cooper (“I am the FBI”)
  • la confessione di Diane dopo il messaggio : – ) ALL.
  • il ballo di Audrey alla Roadhouse
  • il volto di Coop sovrapposto nell’ufficio dello sceriffo
  • Cooper e Mike da Phillip Jeffries
  • The world spins di Julee Cruise
  • Richard, Linda e Judy
  • il lungo viaggio finale
  • “what year is this?”

Rivolta d’amore

In genere, non mi piace lamentarmi della sfortuna che vedo sotto gli occhi ma quando arriva è inevitabile. Uno dei momenti in cui la vita ha voluto riservarmi il contrario è certamente un concerto degli Yo La Tengo a Roma, nella sera di Halloween del 2015. Se arrivai al Parco della Musica in quell’occasione, fu grazie alla macchina giusta che mi portò fin lì e forse non capirò mai se sia stata coincidenza o destino. In ogni caso, vidi una delle band che più amo al mondo e sebbene quella volta suonarono ben poco elettrici (e tante, troppe cover) potevo pretendere di meglio? Per dire che il trio americano, facendo dell’Indie-Rock una ragione di vita, hanno sempre esercitato un incanto difficile da ritrovare in altre musiche, anche più illustri se vogliamo. Dolcezza, feedback, eclettismo, melodia, ritmo, fisicità, audacia, malinconia, rock’n’roll: tutto ciò convive nell’ispirazione di Ira, Georgia e James, in particolare da quando i dieci minuti e passa di Pass the hatchet, I think I’m goodkind me li rivelò nel 2006 come una scossa travolgente. Fa impressione sentirli ora, dopo quasi 35 anni di carriera, con un gusto sperimentale da rapire i sensi e che rovescia Fade, punto d’arrivo discografico, su lidi addirittura inesplorati. Il nuovo There’s a Riot Going On (titolo non proprio originale, ne converranno) pare un lavoro imploso che complica le specialità Yo La Tengo tramite paesaggi sonori densi e dilatati. Resta sempre una cifra riconoscibile (Shades of blue e For you too su tutte) ma il mood generale è di psichedelica e liquida attrazione. She may, she might potrebbe durare cinque ore senza che il suo effetto lisergico ne risenta. La rivolta è arte, genio e amore immutati se non più forti che mai nell’infinita storia degli Yo La Tengo.

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L’ultimo vestito

Se Il Petroliere ha comportato una svolta di personalità e atmosfere nel cinema di Paul Thomas Anderson, i suoi titoli successivi ambiscono a un controllo della materia filmica non così definibile e quindi liberi di stimolare visivamente, pur correndo sul sentiero dell’azzardo incompreso. All’ottavo lungometraggio, possiamo certamente ritenere PT Anderson uno dei massimi registi viventi della post-modernità e Il Filo Nascosto è in tutto ciò difficile da affrontare al primo impatto, sebbene le tracce lasciate siano collocabili fra il sublime e l’irrequieto. Ad una storia che vede l’assorbimento interiore del protagonista, Daniel Day-Lewis è il corpo ideale per renderci partecipi della sua vita di fantasmi, ossessioni quotidiane e perfezionismo nel confezionare abiti. Il sarto Reynolds Woodcock conoscerà la cameriera Alma (Vicky Krieps, rivelazione assoluta) e da quel momento le giornate concesse al proprio atelier-mondo, complice una fidatissima sorella “tale e quale”, verranno sconvolte dall’amore per la musa dei sogni. La moda inglese resta quasi sullo sfondo di una dialettica sempre meno impari, dove la regia di Anderson passa dalla tensione melò a un’ipnotica eleganza in connubio con le note orchestrali di Jonny Greenwood, ancora una volta magnifiche. Il Filo Nascosto provoca vertigini che solo a posteriori s’insinuano sottopelle, come i messaggi cifrati all’interno delle creazioni di Woodcock, ed è la ragione per cui il suo artefice si distingue da vent’anni con una maturità espressiva che ogni volta sembra alterare la percezione della Settima Arte destinata ai grandi. Si è già detto molto sul presunto ritiro di Daniel Day-Lewis e se così (purtroppo) sarà, avremo un motivo ulteriore per ricordarci di un’opera indiscutibilmente unica.

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