I miei film del 2021

1. IL COLLEZIONISTA DI CARTE (Paul Schrader)
2. LA SCELTA DI ANNE (Audrey Diwan)
3. SULLA INFINITEZZA (Roy Andersson)
4. RIFKIN’S FESTIVAL (Woody Allen)
5. È STATA LA MANO DI DIO (Paolo Sorrentino)
6. DUNE (Denis Villeneuve)
7. QUI RIDO IO (Mario Martone)
8. TRE PIANI (Nanni Moretti)
9. MADRES PARALELAS (Pedro Almodóvar)
10. CRY MACHO (Clint Eastwood)

I miei dischi del 2021

1. GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR G_d’s Pee At State’s End!
2. THE WEATHER STATION Ignorance
3. RYLEY WALKER Course In Fable
4. CASSANDRA JENKINS An Overview On Phenomenal Nature
5. SNAIL MAIL Valentine
6. IOSONOUNCANE IRA
7. CRISTINA DONÀ deSidera
8. DAMON ALBARN The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows
9. KINGS OF CONVENIENCE Peace Or Love
10. NICK CAVE & WARREN ELLIS Carnage
11. ARLO PARKS Collapsed In Sunbeams
12. COURTNEY BARNETT Things Take Time, Take Time
13. DRY CLEANING New Long Leg
14. ARAB STRAP As Days Get Dark
15. SARAH NEUFELD Detritus
16. MARISSA NADLER The Path Of The Clouds
17. SAULT Nine
18. THE WAR ON DRUGS I Don’t Live Here Anymore
19. LIARS The Apple Drop
20. BACHI DA PIETRA Reset

Miglior canzone: SHIVA WITH DUSTPAN (Ryley Walker)
La conferma: SNAIL MAIL
La delusione: HEY WHAT (Low)
Donna dell’anno: TAMARA LINDEMAN

Le mie canzoni del 2021

  • ARLO PARKS Eugene
  • THE WEATHER STATION Parking lot
  • CASSANDRA JENKINS Crosshairs
  • NICK CAVE & WARREN ELLIS Carnage
  • ARAB STRAP Bluebird
  • RYLEY WALKER Shiva with dustpan
  • DRY CLEANING Her hippo
  • FIELD MUSIC Not when you’re in love
  • SARAH NEUFELD Stories
  • IOSONOUNCANE soldiers
  • KINGS OF CONVENIENCE Killers
  • SAULT Bitter streets
  • LITTLE SIMZ Woman
  • CHARLIE FUZZ Indifferenti
  • THE WAR ON DRUGS Change
  • MARISSA NADLER From vapor to stardust
  • SNAIL MAIL Headlock
  • COURTNEY BARNETT Write a list of things to look forward to
  • DAMON ALBARN The tower of Montevideo
  • CRISTINA DONÀ Torna

Duemilaventuno

Difficile raccontare un anno così in poche righe. Fino ad aprile sembrava addirittura peggio di quello precedente, poi sono arrivate novità gratificanti sebbene le amarezze e lo stress rimangano sempre nell’aria. Di sicuro non dimenticherò i tanti libri letti in pochi mesi (soprattutto giganti come De Lillo e Bernhard), una giornata romana di fine luglio, la proiezione a Falvaterra de Gli Appuntamenti, una serata musicale di settembre, la prima volta al Nuovo Sacher, un grande festival di cortometraggi voluto dall’amico di riferimento e la compagnia di un’amica che mi aiuta a stare meglio. Le delusioni più forti le ho avute da alcune persone che credevo fidate e, manco a dirlo, dai soliti dilemmi sentimentali e da un lavoro divenuto presto incubo. Oltre alla perdita di Battiato, mio zio Ezio lascia un vuoto incolmabile in questo periodo già pieno d’incertezze. Quindi un anno intenso e insopportabile, speciale e doloroso quanto la vita stessa.

Risveglio nordico

Il riferimento creativo di Damon Albarn è l’Islanda e più precisamente la cascata di Skógafoss, che secondo la mitologia del luogo nasconderebbe un tesoro segreto. Sette anni dopo Everyday Robots, l’ispirazione del cantante dei Blur viene rinforzata dai tempi lunghi della pandemia, alle prese con una distanza di fatto dal mondo materiale che suona necessaria e di sicuro fascino. La natura in quanto mezzo espressivo per lasciar affiorare la giusta malinconia: così è The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows, dove riecheggiano i modelli di Bowie, Eno e Gabriel con quella maturità che Albarn può permettersi in totale libertà. “La musica è un viaggio, non puoi dare solo tristezza, ci vuole anche gioia e molta cura nel lavorare con il cuore scuro delle cose, perché ti consuma e ci puoi affondare”; parole del diretto interessato deciso a trasmettere sentimenti ma anche una parte visionaria del proprio essere con brani quasi indescrivibili per come sfuggono ai canoni del Pop, soprattutto oggi. Meglio parlare di Pop ibrido e contemplativo di fronte alla traccia omonima, dilatata e dalla potenza quasi sinfonica, o all’anomalia ballabile di Royal morning blue. Ogni traccia fa storia a sé grazie ad atmosfere perfettamente calate nel nostro tempo: l’elettronica plumbea e sospesa a mezz’aria di The cormorant, l’incedere fragile e tenero insieme di Darkness to light, l’Ambient orchestrale di Esja, l’esotismo riflessivo di The tower of Montevideo, i Blur versione 2021 di Polaris. Si tratta quindi di un nuovo punto d’arrivo nella carriera di Damon Albarn, erede della miglior scuola inglese che ha saputo guardare oltre il fenomeno Brit-Pop esauritosi una ventina d’anni fa.

Rose d’autunno

L’aspettavamo da tempo Lindsey Jordan, in arte Snail Mail, autrice di un promettente esordio come Lush che la fece diventare una stella del nuovo Indie-Rock americano. All’indomani di un periodo trascorso in rehab, la bionda performer ritorna con un secondo lavoro melodicamente vario e d’immediata presa emotiva. Il romanticismo di Valentine viene fuori in tutta la sua profondità nelle bellissime Light blue e Mia, brani di folk orchestrale (memori della lezione di Elliott Smith) che arrivano dritti al cuore e confermano il talento consapevole della ventiduenne Lindsey. “Let’s go be alone where no one can see us, honey” mette subito in chiaro nella traccia omonima, che in un universo parallelo sarebbe una hit radiofonica e affronta l’amore nella sua natura appassionata e vitale, con un ritornello grintoso e infallibile che alla musa perduta esorta “sai sempre dove trovarmi quando cambi idea”. L’altro singolo Ben Franklin è un Pop sintetico e anomalo che conquista per l’intelligente rottura col passato di Snail Mail, mentre Headlock è una meraviglia di ballata semplicemente irresistibile. A fronte d’una scaletta maggiormente personale e matura rispetto a tre anni fa, Valentine ha il solo difetto di contenere la patinata Forever (sailing) che stona molto rispetto all’energia autentica di un’artista che la Matador Records dovrebbe tenersi stretta per il futuro; qualunque esso sia, le canzoni di Snail Mail ancora si fanno ascoltare a ripetizione ed è quello che conta davvero in un’epoca mai così lontana dal senso delle parole Indie e Rock.

Condominio esistenziale

Sembrava non dovesse mai arrivare l’uscita in sala, durante un anno e mezzo apocalittico, ma per fortuna Tre Piani ha visto la luce tra fior di critiche e applausi rivendicati a Cannes. Tanta attesa prima di scoprire, va detto subito, l’opera più difficoltosa e imperfetta di Nanni Moretti, deciso a sfidare anche il suo pubblico pur di distaccarsi da sé. Il testo di partenza, l’omonimo romanzo di Eshkol Nevo, era talmente denso ed avvincente nelle dolorose confessioni da Tel Aviv che una versione italiana appariva alquanto rischiosa. Le tre storie d’una palazzina romana sono in questo caso intrecciate e proseguono per un decennio, laddove nel libro è raggiunto un apice emotivo volutamente sospeso. Una squadra attoriale di tutto rispetto e la sceneggiatura sfaccettata non sempre colpiscono come vorrebbero, causa alcuni passaggi malriusciti e didascalici che nelle mani di Moretti sorprendono in negativo. Nonostante ciò, Tre Piani non è il brutto film che molti fanno intendere e anzi, appunto perché si parla di Nanni, ne abbiamo di sequenze memorabili (ad esempio, l’incipit clamoroso per tensione e messinscena o i tentativi struggenti di comunicare con una segreteria telefonica), oltre a intercettare la società e i rapporti umani (non solo di vicinato) con inquietudine nuova, raffreddata e insieme vigorosa. Se le scelte di regia e montaggio mantengono un ritmo adeguato, qui favorito dalle belle musiche evocative di Franco Piersanti, nella recitazione spiccano Margherita Buy, Alba Rohrwacher e un ombroso Riccardo Scamarcio (fa davvero riflettere il modo in cui verrà processato per abuso su minorenne); il cast restante convince di meno, compreso lo stesso Moretti che pare fin troppo estraniato nel ruolo del giudice inflessibile. Dopo 45 anni di grande carriera e lo stupendo Mia Madre, stavolta Nanni ha un po’ mancato l’occasione ma non gli si può non voler bene per aver “rotto uno schema” in maniera coraggiosa.

Io sono il male

Dopo tanti anni credevo di esser riuscito a superare le delusioni sentimentali e certi momenti legati a ragazzine non cresciute, ma mi sbagliavo ancora. In un luglio diviso tra euforia e nevrosi, mi è toccato conoscere una tizia perché spinto dai suoi messaggi privati che col senno di poi erano solo falsi. Tre giorni di camminate, chiacchiere, dichiarazioni d’affetto e contatti fisici che ora non significano niente, con la certezza che le mie uniche “conquiste” (tra molte virgolette) meriterebbero calci in culo per l’immaturità e il profondo carattere diabolico delle stesse. E io nella parte del perfetto soccombente alla Thomas Bernhard non ho saputo reagire come si deve; a parole s’intende, che nessuno qui fa il bieco misogino ma mostrare comunque rispetto verso chi è incapace di distinguere i videogiochi dalla realtà non può funzionare, se temi il rischio di finire addirittura nel torto. È questo che rimpiango in ben due mesi di tempo perso, oltre a non doverle permettere una seconda possibilità dopo ferragosto. Auguro alla mangiatrice di poveri fessi, intenta a studiare le prede dalla sua postazione privilegiata, che non le torni indietro tutta la cattiveria di cui si compiace. Altro che lupa, bestia o vampira, “l’arte di essere malvagia e disumana” non la renderà una persona migliore.

I miei 10 film di Roman Polanski

10. VENERE IN PELLICCIA (2013)

Un duo d’attori che basta per illuminare la scena.

9. L’UOMO NELL’OMBRA (2010)

I segreti della politica raccontati magistralmente.

8. CUL-DE-SAC (1966)

Un cult grottesco da recuperare.

7. TESS (1979)

Dramma storico di rara poesia.

6. IL PIANISTA (2002)

L’opera migliore per comprendere l’Olocausto.

5. IL COLTELLO NELL’ACQUA (1962)

Un esordio mitico che già disse molto del suo talento.

4. L’INQUILINO DEL TERZO PIANO (1976)

Folle e surreale come solo lui poteva dirigere (e interpretare).

3. REPULSION (1965)

L’incubo perfetto, prima di Rosemary.

2. CHINATOWN (1974)

Il Noir che preferisco con un Jack Nicholson nel ruolo dei sogni.

1. ROSEMARY’S BABY (1968)

Film della vita per me. Senza tempo e unico nell’orrore (non) mostrato.

Michelangelo

Sono un cane a tre zampe

che lavora con quello che ha

e una parte di me sarà sempre

alla ricerca di ciò che ha perso

C’è una mosca intorno alla mia testa

aspettando il giorno in cui cado morto

Il mio DNA sembra piuttosto strano

riesci a vederlo nel mio respiro?

Sei un virus

e torni indietro

al primo segno di debolezza

Trattabile non curabile

e sto costruendo una resistenza

Voglio essere il vuoto schermo bianco

Lascia che i film siano visti

commedia, tragedia

vai e vieni, ma nessuno diventa me

Tu fai il cattivo nella vecchia storia

che ho vissuto da quando ero giovane,

troppo giovane per conoscere

il ruolo che mi è stato assegnato

Sono Michelangelo

e mi scolpisco nel marmo

quando non so crescere

fiori senza frecce…

(Cassandra Jenkins, da An Overview On Phenomenal Nature)