Laboratorio aperto

Qualche anno fa m’innamorai degli Stereolab, una compagine anglofona che non nasce esattamente tutti i giorni. Nei Novanta musicali di mia preferenza, loro occupano un posto unico grazie ad una miscela esplosiva di melodie rétro, Avant-Pop, Kraut, Exotica e via discorrendo. Creatività e raffinatezza ai massimi livelli per un culto Indie-Rock di quelli davvero deliziosi. La voce suadente e francese di Laetitia Sadier è il corrispettivo ideale per una band che, dopo il rumorismo psichedelico di Transient Random-Noise Bursts With Announcements, ha saputo rinnovarsi con classe e fascino post-moderno fino ad arrivare allo stupendo Dots And Loops. Un album, quest’ultimo, che ho scoperto giusto in tempo per capire che un vecchio amore musicale (sebbene recente) è sempre migliore dei ricordi legati a quegli ascolti. Era il 2014 e certe mie aspettative si rivelarono effimere, addirittura maledette col senno di poi. Ora sto vivendo un periodo che non so bene come definire e dove mi porterà, ma forse il “ritorno” degli Stereolab e delle loro irresistibili canzoni sospese tra passato e futuro sapranno guidarmi in un presente dalle mille incognite.

37537794_10156422012542295_2354322216344092672_o-1

Annunci

L’estasi di Julia

“That is all, that is all / there is nothing else / who cares what people say?”

Quando tre anni fa uscì Have You In My Wilderness, rimasi incantato da una giovane americana intellettuale ma non troppo. I barocchismi nella musica Pop di livello alto sono una sfida continua, e capirete che sentire Julia Holter creare un linguaggio tutto suo è un’esperienza più unica che rara, specie se oggi si è perso il valore dell’originalità e del talento anche nel circuito cosiddetto alternative. Ed è un linguaggio così misterioso da non scomodare per forza paragoni pesanti (se proprio devo allora cito Kate Bush, Bjork, Laurie Anderson), dato che le basta una strumentazione classicheggiante nel proseguire la lezione d’un Brian Wilson, ovvero sorprendere con ambizioni precise in un’industria (pop)olare che si rifiuta di produrre materiale tanto profondo, sognante, libero. L’esordio Tragedy (2011) è un etereo omaggio a Euripide che la proietta verso l’ottimo Ekstasis del 2012 (per cui valga solo un brano pazzesco come Boy in the moon, letteralmente spaziale); l’anno dopo è Loud City Song a rendercela una stella dell’avanguardia più vera e stimolante dell’universo Indie. Il fascino di quel concept mi rapì da subito e ogni anfratto sospeso dei 9 brani ti trasporta da uno stato d’animo riflessivo a uno euforico con eguale forza. Horns surrounding me è singolo di magistrale inquietudine che ancora cerco di decifrare quanto l’album intero: il minimalismo espressivo di World (speculare alla precedente Marienbad), le raffinate vertigini di Maxim’s IHello stranger City appearing, il teatro decadente di In the green wild. Dallo splendore notturno di Loud City Song al magnetismo compositivo di Have You In My Wilderness, il passo è breve. L’incipit di Feel you dice tanto di un’opera da tramandare a lungo per audacia emotiva e brillante accessibilità. Il percorso comprende personaggi quali Lucette, Betsy e Vasquez in mini-suite da capogiro, che mostrano una compiuta fantasia d’arrangiamenti e atmosfere. L’epilogo con la traccia omonima, poi, è un vertice di poesia che resta per sempre nel cuore di chi l’ascolta (“you’ll see lightning cascading, pronouncement of our love / tell me why do I feel you running away?”). Quest’anno è la volta di un doppio, Aviary, in cui Julia torna alla forma-concept e anticipa l’uscita con due singoli affini allo spirito del penultimo: I shall love 2 si fa ricordare per un’essenzialità magica che infine tramuta nel crescendo gioioso e solenne, mentre Words I heard è una meraviglia orchestrale di grazia e bellezza tali da commuovere. Peccato che la prima parte di Aviary non rispetti le attese e lei soffra un po’ l’ansia da prestazione in esperimenti che fanno il verso alla Bjork più recente. Il caos sistematico di Turn the light on e l’ipnosi jazzata di Voce simul convivono con le cerebrali Chaitius e Another dream; e i quattro minuti di cornamuse e tastiere allarmanti di Everyday is an emergency, prima che deragli in un pianismo cupo, sono decisamente troppi. Molto meglio la seconda metà, aperta dalle stravaganze ritmiche di Underneath the moon. I dilatati onirismi di Colligere e il solitario confronto al piano di In gardens’ muteness preludono a I would rather see, altro capolavoro del disco (insieme a Words I heard) dove Julia diviene una Nico apocrifa e avvolta da sacralità medievale. La giocosa Les jeux to you non evita una caduta di stile a metà brano e Why sad song è una bella chiusura d’intimità ancestrale. A conti fatti, Aviary non doveva confermare la bravura della Holter ma semmai dirci fin dove era capace di arrivare. Fosse stato meno lungo e “difficile” nelle intenzioni ne avrebbe giovato, considerando che chi l’ha amata in precedenza potrebbe restare deluso. Un’artista come lei, però, è decisa a seguire il suo istinto e un capitolo imperfetto non deve certo ridimensionare quanto di unico abbia prodotto nel decennio in corso.

top_gr_3310

Sentenze non scritte

Ogni anno la critica musicale che conta deve osannare un disco all’unisono, come se parlarne diversamente fosse vietato. Double Negative dei Low ha fatto il pieno di consensi, non tanto perché valido tentativo di conciliare novità sonore e passato eccellente del trio ma soprattutto perché sperimentale, estremo e “diverso”. Sebbene i Low restino una certezza, non mi serve un’apocalisse costruita a tavolino per decretare capolavoro ciò che abbiamo ascoltato già (e meglio) in altre occasioni. Con buona pace dei modaioli prestati al facile revisionismo, preferisco l’eroe con la chitarra Kurt Vile; nel suo caso, le recensioni si guardano bene dall’attribuirgli superlativi quanto un Kendrick Lamar o gli stessi Low, ed è un vero sbaglio non concedere la giusta importanza a Bottle It In, ultimo suo disco che cerca strade diverse pur non risparmiando la durata-fiume di quasi 79 minuti. Se l’unico difetto sta nella breve cover d’un autore Country, ci si può attaccare alla lunghezza dal momento che le canzoni hanno la sostanza e l’ispirazione giuste? I singoli Loading zones e Bassackwards mi bastavano per capire che Kurt è sempre lui e non vuol smettere di sorprenderci, con una varietà di stili più netta e digressioni strumentali cui non si può far a meno di resistere. Anche se l’Indie-Rock è meno generazionale di un tempo, gli artisti che hanno qualcosa da dire vanno sostenuti con cura e senza inutili sparate.

Screen-Shot-2018-08-16-at-10.44.41-AM

Le mie 20 canzoni italiane

  1. FRANCO BATTIATO Il re del mondo
  2. LUCIO BATTISTI Il nostro caro angelo
  3. FABRIZIO DE ANDRE’ Un malato di cuore
  4. AFTERHOURS Voglio una pelle splendida
  5. FRANCESCO DE GREGORI Giorno di pioggia
  6. LUCIO DALLA Come è profondo il mare
  7. MASSIMO VOLUME Stagioni
  8. CRISTINA DONA’ Goccia
  9. SCISMA Nuovo
  10. PAOLO CONTE Blu notte
  11. MINA Amor mio
  12. CSI Irata
  13. GARBO Scortati
  14. IVAN GRAZIANI Fuoco sulla collina
  15. BANCO DEL MUTUO SOCCORSO 750.000 anni fa… l’amore?
  16. DIAFRAMMA Delorenzo
  17. FLAVIO GIURATO Valterchiari
  18. GIORGIO GABER Un’idea
  19. PINO DANIELE Voglio di più
  20. BLUVERTIGO Altre forme di vita

Propaganda

Avevo pronto un lungo post dove ricordavo la giornata di riprese di Campagna Elettorale, ma ho rinunciato all’indomani d’un evento che poteva sembrare amaro e s’è rivelato, al contrario, un monito per continuare sulla stessa strada. Il ricordo più bello del nuovo corto (che farà parte d’un progetto seriale) è per me legato al periodo in cui eravamo sul set, durante giorni e settimane di luglio che spero non siano irripetibili. Campagna Elettorale era nato già nel 2016, ma lo abbiamo ripreso dopo una serata di tumulti politici che circondano il pessimo clima italico (e cepranese). Detto ciò, grazie infinite a Gabriel per la fiducia nelle mie idee; a Federico Recine per l’eccellente contributo; a Riccardo per le puntuali musiche; a Federico Carlini, Gabriele, Sara e Andrea per la presenza e disponibilità.

Da Marineville a Guyville

Il periodo di stanca pre-ferragostano doveva arrivare ed eccoci qua. Le cose che mi tengono (un minimo) lontano dalle solite noie sono sempre quelle, compresi i momenti in compagnia delle persone a me care. Della musica che gira attualmente nella mia testa, il termine viaggio si può usare senza difficoltà per l’immancabile Brian Eno, che non finirò mai di riscoprire (specie nei vari lavori condivisi con altri), e gli anarcoidi Swell Maps di A Trip to Marineville. Un album, quest’ultimo, che stupisce ancora per la totale libertà incendiaria di Post-Punk avanguardista ed esperimenti Noise (di cui perfino Albarn e Coxon ne sanno qualcosa). Poi, arriva Liz Phair dopo venticinque anni a ricordarmi che Exile in Guyville, suo unico disco fondamentale per cui stravedeva anche il Duca Bianco, è davvero la dimostrazione personalissima d’un talento fra Indie americano e cantautorato femminile. Peccato che si perderà per strada con un’omonima svolta del 2003, bocciata in maniera unanime, che non ascolterò mai. Infine, si attende settembre per le novità sperate e che non vedrei l’ora di scrivere.